Più petrolio e gas non abbassano le bollette: l’illusione delle estrazioni italiane

Il Giusto Clima   Approfondimenti   
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22 Settembre 2026

Antonio Tricarico di ReCommon: le riserve italiane coprono poco più di un anno di consumi. «A beneficiarne sarebbero soprattutto le imprese petrolifere». La campagna per tassare gli extraprofitti e sostenere famiglie e transizione energetica.

Il Centro Olio di Tempa Rossa in Basilicata – Foto di Luca Manes, ReCommon

«Estrarremo più petrolio dai nostri mari». Questa la soluzione di Giorgia Meloni al caro energia italiano, annunciata alle celebrazioni per la longevità del governo a Bari.

In un video sui social la premier ha affermato che aumentare la produzione nazionale di petrolio e gas «significa ridurre la dipendenza dall’estero, pagare meno, garantire costi più bassi a famiglie e imprese, difendere la sicurezza energetica della nazione, oltre ovviamente a generare maggiori royalty e benefici economici e occupazionali per i territori».

È veramente così? Ne abbiamo parlato a Il Giusto Clima (qui a min. 48.50) con Antonio Tricarico, Campaigner finanza pubblica e multinazionali di ReCommon, associazione che si occupa di giustizia climatica e ambientale.

Quanto petrolio e gas ha l’Italia

Antonio, il caro energia si risolve estraendo più petrolio e gas in Italia?

È la grande illusione, direi, quello che propongono Giorgia Meloni e i suoi ministri.

Intanto ricordiamo i numeri: le riserve certe di gas che possono essere sfruttate in Italia equivalgono a poco più del consumo di un anno. Consumiamo poco meno di 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno e le riserve totali disponibili sono al massimo 75-80.

Per quanto riguarda il petrolio, parliamo di riserve certe di circa 70-80 milioni di tonnellate di greggio, a fronte di un consumo annuo che è poco meno di questa cifra.

In un anno o poco più esauriremmo quindi tutte le riserve certe disponibili.

La Val d’Agri, ad esempio, dà un contributo petrolifero che prima era intorno al 5% del consumo nazionale ed è sceso ultimamente a circa il 3%. Se anche aumentassimo la produzione in Val d’Agri, quindi, parleremmo di qualche punto percentuale. Non risolveremmo il problema, ma lo rimanderemmo e basta, continuando a importare combustibili fossili dall’estero.

Perché più estrazioni non riducono i prezzi

Quali sarebbero le conseguenze ambientali e sociali di una maggiore estrazione in Italia?

In primis c’è l’assunzione totalmente sbagliata secondo la quale un contributo maggiore del petrolio “italico” abbasserebbe i prezzi, soprattutto dei carburanti alla pompa.

Ma è falso: a beneficiarne sarebbero solo le imprese petrolifere, perché sia il petrolio sia il gas finirebbero sul mercato internazionale, dove si forma il prezzo.

Il sogno che vede Eni vendere a prezzo scontato agli italiani quello che estrae non corrisponde alla realtà. Ci sono state delle forme minimali di compensazione in Basilicata, ma sul gas sono davvero poco rilevanti e non estendibili a livello nazionale.

Quindi, il primo impatto è che il problema non viene risolto e i prezzi rimangono alti. Questo vale per tutta la popolazione, ma soprattutto per le fasce di reddito più basse, che sono le più colpite.

Gli impatti ambientali delle estrazioni

Se parliamo invece degli impatti sui territori dove avvengono le estrazioni – dalla Val d’Agri al Polesine – si tratta di aree che possiamo già considerare a tutti gli effetti “zone di sacrificio”.

Le conseguenze negative sull’ambiente locale sono considerevoli e riguardano le falde acquifere – i consumi idrici degli impianti fossili sono altissimi – il trattamento delle acque reflue, l’inquinamento atmosferico e la sicurezza.

Nell’Alto Adriatico c’è anche il problema della subsidenza, l’abbassamento dei suoli legato alle esplorazioni a partire dagli anni ’80. È un problema assolutamente non risolto: in alcuni punti il livello del terreno si è abbassato di 3 metri, con impatti enormi su quei territori.

Figuriamoci se continuassimo a estrarre.

Extraprofitti: cosa sono e perché tassarli

Tassare gli extraprofitti può essere parte della soluzione al caro energia?

L’extraprofitto possiamo definirlo come un profitto ingente dal punto di vista quantitativo, generato non per la bravura dell’investitore nel prendere rischi, ma per fattori internazionali. Solitamente questi sono stati le varie crisi geopolitiche e di sicurezza che hanno impattato il sistema energetico e fatto schizzare in alto il prezzo di petrolio e gas.

Noi di ReCommon riteniamo che sia giusto tassarlo, anche perché questo extra profitto è fatto da industrie che già di per sé dovrebbero essere più tassate perché generano esternalità negative sull’ambiente.

È possibile tassarle? Assolutamente sì.

Peraltro, in una certa forma questo è già avvenuto nel 2022-2023, portando un certo gettito allo Stato italiano.

Come utilizzare il gettito degli extraprofitti

Come si può utilizzare il gettito che viene generato?

Un problema urgente nel breve termine è il caro bollette, ma, contrariamente a quello che ha fatto il governo fino adesso, bisognerebbe tutelare le fasce più deboli e quindi differenziare gli eventuali sussidi, che dovrebbero essere rivolti solamente a queste.

Anche perché rivolgerli invece a tutti in maniera regressiva vuol dire semplicemente stimolare in generale il consumo e, di fatto, fare l’interesse dell’industria petrolifera.

È invece importante generare maggiori entrate per investire nella transizione, che è proprio ciò che non fanno le imprese petrolifere. Ad esempio, più dell’80% degli investimenti di Eni continuano a essere diretti a nuova produzione di gas e petrolio, nonostante ciò non vada fatto ai fini del raggiungimento degli obiettivi climatici, come dice l’Agenzia Internazionale dell’Energia dal 2022.

Gli extraprofitti, quindi, sono uno strumento importante, che ovviamente non può risolvere tutti i problemi, ma sarebbe un segnale politico di discontinuità.

Le resistenze arrivano ovviamente dai petrolieri, dalle grandi aziende, a partire da Eni, ma anche da tutti i soggetti legati al mondo petrolifero che hanno una grossa influenza sulla politica.

Quindi il governo italiano continua a chiedere all’UE di tassare gli extraprofitti, ma è un modo di delegare la responsabilità di questa decisione. Perché sappiamo che la materia della tassazione non è armonizzata, non è competenza europea e che invece questa è materia degli Stati membri.

Quindi si potrebbe fare, sì: il governo potrebbe agire anche subito. E gli extraprofitti genererebbero un gettito di diversi miliardi di euro.