Le Note del Prof: un bilancio di Trump a midterm

Il Giusto Clima   Approfondimenti   
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6 Novembre 2026

Dalla guerra alle rinnovabili allo shock del greggio: l’editoriale di Gianluca Ruggieri per “Il Giusto Clima” su come le politiche fossili hanno pesato sulle elezioni di midterm

Trump alla raffineria di Andeavor a Mandan nel Nord Dakota – Wikimedia Commons, Official White House Photos by D. Myles Cullen

Ci sarà tempo e modo per valutare le effettive conseguenze della vittoria dei democratici alle elezioni di metà mandato statunitensi sulle politiche ambientali ed energetiche. Gianluca Ruggieri, per la rubrica de Il Giusto Clima “Le Note del Prof”, fa un bilancio dei primi due anni di presidenza Trump in questi ambiti.

Tagli alle rinnovabili e corsa alle fonti fossili

Sintetizzando molto, possiamo dire che il governo Trump ha eliminato incentivi, sussidi e agevolazioni a tutto quello che ha a che fare con la transizione ecologica: impianti rinnovabili, veicoli elettrici e quant’altro. Al contrario, ha incentivato tantissimo l’estrazione, l’utilizzo e l’esportazione di fonti fossili.

Questo è avvenuto attraverso una serie di provvedimenti esecutivi che hanno portato anche ad alcune misure paradossali.

Il paradosso: spendere soldi pubblici per produrre meno energia

Prendiamo il caso degli impianti realizzati su aree di competenza federale, come alcuni terreni e soprattutto l’eolico in mare. Non solo sono state fermate le nuove autorizzazioni, ma in certi casi si è lavorato per revocare permessi già concessi a impianti che a volte erano persino in corso di costruzione.

Si è arrivati così a un meccanismo davvero assurdo: gli Stati Uniti stanno spendendo centinaia di milioni di risorse pubbliche per compensare le aziende che avevano ottenuto l’autorizzazione e che ora non realizzeranno gli impianti. In pratica si spendono soldi pubblici non per produrre più energia, ma per produrne meno. E questo mentre è in vigore una dichiarazione di emergenza energetica nazionale, proclamata da tempo dal governo Trump, ma usata soprattutto per ridurre il peso delle valutazioni ambientali e velocizzare i nuovi progetti fossili.

A questo quadro si aggiunge ovviamente l’uscita dall’Accordo di Parigi, che farà sì che gli Stati Uniti non partecipino, per esempio, alla COP31 in programma dal 9 novembre in Turchia.

Un anno fa c’era troppo petrolio

Nonostante tutti questi provvedimenti, nel primo anno del secondo mandato di Trump i valori di borsa delle aziende delle rinnovabili stavano aumentando molto più velocemente rispetto a quelli delle aziende fossili.

Questo perché fino a un anno fa — sembra veramente un altro mondo — eravamo in una situazione in cui sui mercati internazionali c’era troppo petrolio. Troppo petrolio significa prezzi bassi. Siccome il petrolio statunitense viene estratto con la tecnica del fracking, ed è quindi più costoso rispetto ad esempio a quello del Golfo Persico, si era arrivati a prezzi vicinissimi ai costi di estrazione: per fare un barile magari si spendevano 60 dollari e poi lo si rivendeva a 60 dollari, senza alcun reale beneficio per le compagnie.

All’inizio dell’anno, quando è stato rapito il presidente venezuelano Nicolás Maduro e Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti avevano ormai accesso alle risorse petrolifere del Venezuela (che ricordo non sono facili da estrarre, ma sono le riserve più grandi al mondo), le aziende fossili non erano interessate a investire lì. Il motivo era sempre lo stesso: sul mercato internazionale c’era più petrolio di quello che serviva.

Hormuz e l’impennata dei prezzi

Questa situazione si è capovolta dopo i bombardamenti di Israele e Stati Uniti sull’Iran e il conseguente blocco dello stretto di Hormuz. Da quel momento siamo entrati in un mondo opposto, con troppo poco petrolio sui mercati e prezzi schizzati alle stelle.

Questo cambio di rotta ha portato a due risultati concreti:

  • Un enorme incremento dei profitti delle compagnie petrolifere, stimato in circa 100 miliardi di dollari in più nei 6-8 mesi trascorsi dall’inizio della crisi di Hormuz.
  • Un aumento del prezzo di benzina e gasolio, che è stato probabilmente uno dei fattori più importanti nel determinare l’esito delle elezioni midterm.

Il peso delle bollette sul risultato elettorale

Non è possibile vincere le elezioni se il governo in carica viene ritenuto responsabile dell’aumento dei prezzi dei carburanti. È un quadro che ha subito diverse evoluzioni fino a portare a quella catastrofe elettorale che abbiamo ancora sotto gli occhi.

Adesso attendiamo l’insediamento del nuovo Congresso a gennaio, e vedremo nei prossimi mesi quanto tutto questo impatterà sulle vicende relative a energia e clima.

“Le Note del Prof” è il titolo della rubrica settimanale energetica a cura di Gianluca Ruggieri, in onda tutti i mercoledì sera a Il Giusto Clima su Radio Popolare. Questo testo è tratto dall’editoriale della puntata del 4 novembre 2026.