Perché la vittoria di Lula è la notizia climatica dell’anno

Il Giusto Clima   Approfondimenti   
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5 Novembre 2026

Dalla salvaguardia della foresta amazzonica alle contraddizioni dell’estrattivismo: bilancio e prospettive ecologiche del nuovo mandato presidenziale in Brasile.

Flickr “13.07.2023 – 59º Congresso da União Nacional dos Estudantes – UNE” di Palácio do Planalto, CC BY 2.0

Le presidenziali in Brasile sono state le elezioni climatiche dell’anno. Con una rimonta storica al ballottaggio chiusa al 51,79% dei voti contro Flavio Bolsonaro, Luiz Inácio Lula da Silva ha conquistato il suo quarto mandato. Si è trattato di una “vittoria difensiva, contro il timore che Bolsonaro tornasse al potere, una vittoria di resistenza più che di entusiasmo”, secondo Samuele Mazzolini, accademico dell’Università Cattolica ed esperto di America Latina.

L’analisi delle ricadute climatiche del voto, a partire dalle interviste a Mazzolini e a Josh Gabbatis, giornalista di Carbon Brief realizzate da Lorenzo Tecleme per Il Giusto Clima, .

Il crollo della deforestazione in Amazzonia: i numeri dell’impatto

Il terreno su cui l’amministrazione uscente ha registrato il successo più netto è la tutela della foresta pluviale. Come evidenziato da Mazzolini, “la deforestazione ha registrato il valore più basso dall’inizio della serie che è iniziata nel 1988 con un calo del 71,2% negli ultimi 4 anni”.

A quantificare l’efficacia di queste misure è lo studio condotto da Carbon Brief. Gabbatis ha spiegato l’impianto della ricerca: “Durante il suo periodo al potere Lula ha portato un drastico calo della deforestazione in Amazzonia. Si è insediato e subito ha iniziato a far applicare molte delle leggi antideforestazione. Abbiamo voluto confrontare il mandato di Lula con uno scenario alternativo in cui Jair Bolsonaro avesse vinto le precedenti elezioni”.

Attraverso un modello predittivo calibrato sull’assenza di controlli tipica dell’era bolsonarista, i ricercatori hanno misurato la differenza reale sul campo: “Abbiamo riscontrato che 20.000 chilometri quadrati di foresta pluviale amazzonica sono rimasti intatti dal 2022 grazie alla presidenza Lula. Si tratta di un’area pari alla superficie del Galles nel Regno Unito o dello stato del New Jersey negli Stati Uniti. Un’intera porzione di foresta che oggi esiste ancora grazie a un governo che si preoccupa di prevenire la deforestazione”.

La Bancada Ruralista e il nodo dei diritti indigeni

Nonostante i risultati sul fronte forestale, il quadro ecologico complessivo resta segnato da aspre contraddizioni strutturali imposte dai rapporti di forza parlamentari. Il Congresso brasiliano è dominato dalla bancada ruralista, la potente lobby dell’agroindustria e dei grandi proprietari terrieri.

Il parlamento ha approvato una legge di deregolamentazione ambientale — ribattezzata dai critici ‘legge della devastazione’ — che introduce procedure semplificate e autocertificazioni persino per attività a medio impatto. Lula ha provato a porre veti puntuali, ma la maggioranza parlamentare, guidata dal presidente del Senato Davi Alcolumbre, li ha in gran parte ribaltati.

Lo scontro tocca anche i territori ancestrali con la disputa sul marco temporal, il tentativo delle destre di limitare il riconoscimento delle terre indigene a quelle occupate alla data della Costituzione del 1988. “Cosa c’è in gioco? Ci sono in gioco tutte le terre che sono state usurpate agli indigeni durante la dittatura”, ricorda Mazzolini, segnalando il tentativo delle Camere di scavalcare la Corte Suprema tramite una modifica costituzionale.

Nuove trivellazioni e l’ombra sulla COP30

Le contraddizioni attraversano lo stesso esecutivo progressista, diviso tra tutela degli ecosistemi e tentazioni estrattiviste. Il dossier più spinoso riguarda i nuovi giacimenti petroliferi individuati alla foce del Rio delle Amazzoni. Sul punto, la visione neo-sviluppista di Lula è entrata in rotta di collisione con l’ormai ex ministra dell’Ambiente Marina Silva, che si oppone a nuovi progetti fossili.

Il via libera accordato a Petrobras ha suscitato forti allarmi nella comunità scientifica e tra i movimenti ecologisti, che hanno letto la decisione come un duro colpo alla credibilità diplomatica del Brasile e alla COP30.

Al contempo, il sostegno all’accordo commerciale UE-Mercosur rappresenta un raro punto di convergenza tra governo e agrobusiness per spingere l’export di soia e carne. Il Brasile si trova così a gestire l’opposizione perenne tra l’esecutivo e l’apparato legislativo ed economico, che rema in direzione opposta: come ha concluso Mazzolini: “Un governo progressista dentro uno stato e un parlamento che non lo sono”.

Estratto dell’intervista andate in onda a Il Giusto Clima – Radio Popolare