Nucleare: oltre il sì o no. Intervista a De Piccoli e Montagnani
;“Avete rotto l’atomo” (People Edizioni) affronta il tema del nucleare e della transizione energetica andando oltre le semplificazioni. Intervista a Matteo De Piccoli e Giovanni Montagnani.

A Il Giusto Clima (Radio Popolare) abbiamo parlato di nucleare con Matteo De Piccoli, ingegnere nucleare, e Giovanni Montagnani, dottorato in elettronica nucleare, partendo dal loro libro appena uscito per People Edizioni “Avete rotto l’atomo”.
Come in molti libri sul nucleare, ci si aspetta una risposta alla domanda: nucleare sì o no. Ma è davvero questa la domanda giusta?
In realtà non siamo partiti da questa domanda, anche perché io e Giovanni non la pensiamo allo stesso modo sul tema. Durante il lavoro, tra l’altro, abbiamo cambiato idea su diverse cose. Approfondendo, ci siamo accorti che su alcuni temi non avevamo informazioni sufficienti. Questo ci ha fatto crescere molto entrambi.
Entrando nella complessità della questione energetica, diventa chiaro che limitarsi a un sì o un no è riduttivo. Bisogna affrontare il tema nella sua complessità, con un approccio il più possibile onesto e basato sulla letteratura scientifica. Per questo la risposta secca è limitante.
Fusione nucleare: perché non è una soluzione per la transizione energetica
Partiamo dalla fusione: è la prima cosa da scartare quando si cercano soluzioni per la transizione energetica?
Sì, nel senso che è una tecnologia su cui è giusto investire in ricerca, ma nel libro le dedichiamo pochissimo spazio perché non è pronta.
Si dice da decenni che sarà disponibile “tra 25 anni”. Il punto è che oggi ha un livello di maturità tecnologica molto basso (TRL, technology readiness level, tra 1 e 3, mentre la commercializzazione è a 9).
Questo significa che non possiamo fare affidamento sulla fusione per la transizione energetica. Possiamo studiarla, ma non inserirla nei piani industriali o negli obiettivi concreti di decarbonizzazione.
Fissione nucleare: differenze tra le generazioni di reattori
Se parliamo invece di fissione nucleare, quali tecnologie sono rilevanti oggi?
Nel libro distinguiamo tra le diverse generazioni di reattori nucleari, dalla prima alla quarta.
La prima generazione era sperimentale: si testavano diverse combinazioni di tecnologie.
Con la seconda generazione si è passati a reattori più adatti alla produzione di energia, come PWR (reattore ad acqua pressurizzata), BWR (reattore ad acqua bollente) e CANDU (Canadian Deuterium Uranium).
Il salto più importante arriva con la terza generazione, soprattutto in termini di sicurezza nucleare. Dopo incidenti come Chernobyl e Fukushima, l’attenzione si è concentrata sull’aumento dei sistemi di sicurezza, più che su cambiamenti radicali della fisica del reattore.
Oggi sono disponibili reattori di terza generazione avanzata, come EPR, EPR2 o AP1000, di grande taglia (circa 1 GW elettrico).
La quarta generazione è invece un insieme di tecnologie nucleari ancora non mature, che includono reattori ad alta temperatura e reattori veloci. Questi ultimi, in teoria, permetterebbero di utilizzare meglio il combustibile o di ridurre i rifiuti radioattivi, ma non sono ancora pronti per la commercializzazione.
Nucleare e transizione energetica: è davvero indispensabile?
Spesso si dice che senza energia nucleare la transizione energetica non sia possibile. È così?
Tecnicamente no. Esistono diverse soluzioni per garantire sistemi energetici affidabili anche senza nucleare.
L’esempio del blackout in Spagna, spesso citato nel dibattito sull’energia, non dimostra che il nucleare sia indispensabile. Le analisi mostrano che le cause sono più complesse.
Il nucleare può essere utile perché fornisce un carico di base stabile e può facilitare la decarbonizzazione. Ma non è la soluzione all’“ultimo miglio”.
Anche con il nucleare, arrivare a un sistema elettrico completamente pulito è difficile e richiede comunque sistemi di backup.
Nucleare in Italia: cosa servirebbe davvero oggi
Se l’Italia decidesse oggi di investire nel nucleare, cosa dovrebbe fare?
Se si volesse procedere rapidamente, bisognerebbe affidarsi ai costruttori più competitivi, come quelli cinesi. Ma questo apre problemi geopolitici rilevanti.
Un’alternativa è osservare i progetti nucleari in corso nei prossimi anni e capire quali modelli funzionano davvero, sia in termini di costi che di tempi.
Un’altra possibilità è sviluppare un programma europeo, partendo da tecnologie come gli EPR2 francesi. In questo caso, la chiave sarebbe standardizzare: scegliere un design e replicarlo su larga scala.
Il vero nodo è che oggi non esistono attori privati in grado di sostenere investimenti di questo tipo. Senza un forte intervento dello Stato, che investa direttamente o garantisca i capitali, il nucleare non si farà.
Dibattito sul nucleare: perché è così polarizzato
Il dibattito sul nucleare, soprattutto online, è diventato tossico. Vi preoccupa l’esposizione pubblica?
Il livello della discussione è spesso molto basso e polarizzato. Noi abbiamo scritto il libro cercando di essere onesti, senza interessi particolari.
Se arriveranno critiche o reazioni forti, le affronteremo. Personalmente non è qualcosa che mi preoccupa molto: colpisce più il clima del dibattito che altro.
Speriamo solo che si riesca a discutere in modo più serio e costruttivo.


