Energia geotermica: è ciò che manca per un’UE indipendente?
;Giulia Cittadini di EGEC spiega che l’energia geotermica potrebbe contribuire ad emancipare l’UE da gas e carbone, promuovendo una filiera interna di materie prime critiche.

Entro giugno è attesa la pubblicazione da parte della Commissione Europea di un piano d’azione per l’energia geotermica. In vista di questo appuntamento, l’European Geothermal Energy Council ha inviato una lettera aperta alle istituzioni, evidenziando che l’energia geotermica potrebbe sostituire oltre il 40% dell’elettricità oggi prodotta da gas e carbone in Europa promuovendo, al contempo, una filiera interna di materie prime critiche. Per capirne il potenziale, a “Il Giusto Clima”, Marianna Usuelli ha intervistato Giulia Cittadini, consulente senior delle politiche e innovazioni dell’EGEC.
Partiamo dalle basi: cos’è l’energia geotermica?
È l’energia che si ricava dal calore naturale presente nel sottosuolo della Terra. In media, la temperatura del sottosuolo aumenta di circa 25-30°C ad ogni km di profondità. Ciò significa che, a basse profondità (tra dieci e cento metri), la temperatura si aggira intorno ai 20°C ed è quindi ideale per essere sfruttata da pompe di calore geotermiche per riscaldare e raffrescare singole unità abitative ed edifici. A profondità più considerevoli (da qualche centinaia di metri a qualche km), le temperature raggiungono livelli utili per alimentare reti di teleriscaldamento e raffrescamento urbano di interi quartieri. Infine, oltre i 2-3 chilometri, si raggiungono temperature molto elevate (centinaia di gradi) che permettono di produrre elettricità. Spesso si pensa solo a quest’ultimo aspetto, ma l’energia geotermica assicura anche la produzione di riscaldamento e raffrescamento. È inoltre una fonte rinnovabile disponibile 24 ore su 24, che, a differenza dell’energia solare ed eolica, non dipende dalle condizioni meteorologiche.
Dove si utilizza in Europa e perché finora non è stata sfruttata appieno?
Dipende dal tipo di applicazione. La produzione elettrica è prevalentemente concentrata in Islanda, Turchia e Italia, in particolare in Toscana dove, nel 1913, è stata costruita la prima centrale geotermica al mondo. Se parliamo di riscaldamento, invece, questa tecnologia è diffusa soprattutto in Francia, Germania e Paesi Bassi, mentre le pompe di calore sono molto utilizzate in Svezia, Germania e Francia.. Sebbene sia diffusa in quasi tutti i paesi europei, ha un enorme potenziale ancora inespresso. I limiti alla sua diffusione sono legati al fatto che non ovunque è facile accedere ad alte temperature per la produzione elettrica. A causa dei costi di perforazione, gli investimenti iniziali sono molto elevati e in alcuni Paesi – purtroppo anche in Italia – le barriere normative e la lentezza autorizzativa rappresentano un vero scoglio.
Sul vostro sito parlate di questo come del “decennio geotermico”. Quali innovazioni lo fanno pensare?
Non è solo una questione tecnologica, ma di un cambiamento del contesto energetico. Da un lato, nuove tecnologie stanno ampliando il potenziale, consentendo una riduzione dei costi iniziali di perforazione e rendendo possibile considerare nuove zone. Dall’altro, ci sono fattori più strutturali, legati alla necessità di decarbonizzare l’Europa. La crisi energetica ci spinge a cercare una maggiore indipendenza e il geotermico è una delle soluzioni essendo un’energia locale, stabile e rinnovabile e la strategia che la Commissione europea lancerà nei prossimi mesi supporterà sicuramente la sua diffusione.
Si potrebbe immaginare una riconversione dell’industria oil and gas verso il geotermico?
Assolutamente sì ed è un processo già in atto. Il settore petrolifero e del gas si presenta come un attore ideale per sviluppare progetti geotermici su larga scala. Questo accade perché, dal punto di vista delle competenze, c’è una somiglianza molto ampia: parliamo di perforazioni, analisi del sottosuolo e gestione dei pozzi. Molte infrastrutture possono essere riutilizzate e i dati geologici raccolti in decenni dal settore sono estremamente preziosi. Inoltre, la forza lavoro dell’oil and gas può riconvertirsi: molte aziende del settore stanno già sviluppando i loro progetti geotermici perché, per loro, è un’evoluzione quasi naturale nel processo di transizione energetica.
È poco noto che le centrali possano produrre litio. Questa estrazione è sostenibile?
È vero, in alcune centrali geotermiche è possibile estrarre litio e altre risorse critiche ed è uno dei tanti benefici correlati. Il litio è un materiale fondamentale per la produzione delle batterie che accompagnano la transizione energetica. Ovviamente non si può estrarre ovunque poiché dipende dalle condizioni del sottosuolo, ma ci sono già diversi progetti in sviluppo in Francia, Germania e anche nel Lazio. Il processo è più sostenibile perché, da un lato, si produce energia rinnovabile e, dall’altro, si estrae un elemento critico che l’Europa importa massivamente da altri Paesi.
Testo tratto dall’intervista andata in onda su Radio Popolare a Il Giusto Clima (minuto 19.30)


