Boom del fotovoltaico plug-in contro il caro energia

Il Giusto Clima   Approfondimenti   
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14 Aprile 2026

La crisi energetica sta stimolando la diffusione in tutta Europa e non solo dei fotovoltaici plug-in da balcone: intervista a Massimo Berti

In ènostra diciamo sempre che chi non ha un tetto su cui installare un impianto fotovoltaico può comunque diventare “prosumer” di energia, partecipando alla realizzazione degli impianti collettivi.

Ma nell’attuale contesto di crisi energetica, c’è un altro strumento piccolo e versatile che sta vedendo un vero e proprio boom, perché non richiede particolari autorizzazioni e si può attaccare alle normali prese di casa: il fotovoltaico plug-in, anche detto “da balcone” o “micro-fotovoltaico”.

La Germania è il paese in cui è più diffuso, anche perché lì è incentivato – alcune stime parlano di ben 4 milioni di fotovoltaici plug-in. Poi ci sono la Gran Bretagna, che proprio in queste settimane ha annunciato un pacchetto di misure sull’energia pulita che include la promozione del plug-in e molti Stati degli USA che lo stanno normando proprio ora per permettere a cittadini di tutelarsi dal caro energia. Anche in Spagna, Paesi Bassi e Francia si sta diffondendo molto.

Per capire meglio questo fenomeno, ne abbiamo parlato a Il Giusto Clima con Massimo Berti, pioniere del micro-fotovoltaico in Italia, che da anni si occupa di soluzioni plug-in.

Massimo Berti, cos’è il fotovoltaico plug-in?

È l’unità base del fotovoltaico. L’idea è nata nel 2012 da un’osservazione semplice: la persistenza di consumi di fondo delle nostre case. Anche quando un’abitazione è vuota, ci sono prelievi costanti di energia che pesano sulla bolletta. Il ragionamento è stato quindi quello di creare un impianto di piccolissima taglia, collegabile con la semplicità di un elettrodomestico, che andasse a coprirli. Oggi il plug-in rappresenta una soluzione utilizzata da chi, per vari motivi, non può installare un impianto di dimensioni maggiori.

Basta collegarlo a una presa o servono delle autorizzazioni?

Si tratta a tutti gli effetti di un impianto fotovoltaico connesso alla rete pubblica, quindi non è come il pannello che si usa in barca o sul camper. L’interazione con la rete elettrica impone l’obbligo di dichiararlo, una misura che tutela l’utente, gli altri e la rete stessa. Più che di un’autorizzazione quindi in questo caso parliamo di una autodichiarazione.

La semplificazione sta nel fatto che il privato può installarlo autonomamente, senza l’intervento di un tecnico, e comunicarne la messa in funzione tramite il portale online del proprio distributore di rete. Con pochi passaggi, si diventa prosumer a tutti gli effetti.

Parliamo di costi e risparmi. Cosa può aspettarsi una abitazione media?

Quando si parla di fotovoltaico, il ritorno economico dipende da un fattore fondamentale: l’autoconsumo. Un modulo fotovoltaico, piccolo o grande che sia, produce energia quando c’è il sole. Se quell’energia viene consumata istantaneamente da un elettrodomestico in funzione, si genera un guadagno, perché non si acquista energia dalla rete. Se invece in quel momento non c’è consumo, l’energia viene ceduta.

Per i piccoli impianti plug-in è stato stabilito che l’energia ceduta non venga remunerata. Non è un dispetto: la gestione burocratica dei flussi di energia avrebbe un costo superiore al valore dell’energia stessa. La chiave, quindi, è massimizzare l’autoconsumo, magari modificando le proprie abitudini o usando piccoli sistemi di accumulo.

Quindi, a differenza degli impianti tradizionali, l’energia in eccesso immessa in rete non viene pagata?

Esattamente. Vedo persone disperate perché pensano di “regalare” energia, ma il futuro va in questa direzione per tutti i prosumer. Anche i grandi impianti industriali sono progettati per essere scollegati dalla rete quando c’è un eccesso di produzione, per esempio nei giorni festivi d’estate. La rete elettrica è un sistema in perenne equilibrio: un eccesso di richiesta causa un blackout, ma anche un eccesso di produzione non consumata crea instabilità. Molti sono ancora legati al ricordo dei vecchi incentivi, ma il modello è cambiato. Oggi, un impianto deve servire a coprire il proprio fabbisogno.

Come valuta il boom del fotovoltaico plug-in?

Il boom è una reazione istintiva del consumatore che, vedendo la bolletta salire, cerca un modo per autoprodurre energia. Il problema è che si interagisce sempre con la rete pubblica. I regolatori, come ARERA in Italia, hanno dovuto trovare un equilibrio. Un singolo impianto è innocuo, ma se in un quartiere si concentrano decine di kilowatt di piccoli impianti non dichiarati, il distributore si trova ad affrontare un problema senza saperlo. La stabilità della rete non è la stessa ovunque, come sa bene chi si sposta da una grande città ad alcune zone rurali.

Inizialmente si parlava di “guerriglia fotovoltaica” contro le rigidità del sistema, ma oggi abbiamo raggiunto un compromesso con normative sostenibili che garantiscono la sicurezza per tutti.

Che consiglio darebbe a chi è interessato a questa tecnologia?

Il mio consiglio è di percepire l’importanza di autoprodurre energia. L’elettricità è come l’aria: ti accorgi di quanto sia fondamentale solo quando viene a mancare. Prima di arrivare a situazioni di razionamento, dobbiamo capire che nel 2026 il fotovoltaico è un elemento strutturale della casa, non un optional. È come il frigorifero: non si pensa di poter abitare una casa senza. Lo stesso vale per l’energia: prima te la produci, poi quella che non riesci a coprire la compri. Non si tratta più di chiedersi se “mi conviene?”, ma comprendere che “ne ho bisogno”. Guardare la TV senza divano si può, ma senza energia nemmeno la accendi…

Testo tratto dall’intervista andata in onda su Radio Popolare a Il Giusto Clima (minuto 18.20)