Crisi climatica, filiera agroalimentare e caporalato: cosa svela il report “Il cibo scotta”
;Il report di Terra! ed EStà mostra come la crisi climatica colpisca i prezzi e moltiplichi lo sfruttamento nei campi: intervista a Maria Panariello.

Proteste dei trattori e crisi climatica: oltre il caro carburante
In queste settimane si è parlato poco dello stretto legame che c’è tra la gravissima situazione dell’agricoltura in Italia e la crisi climatica, un problema che va ben oltre il caro carburante. Il nuovo report di Terra! ed EStà – Economia e Sostenibilità, intitolato “Il cibo scotta – Gli effetti della crisi climatica su lavoro, agricoltura e filiere”, racconta come i cambiamenti climatici stiano impattando sul cibo che mangiamo, ma soprattutto sull’organizzazione del lavoro agricolo, amplificando gli effetti dello sfruttamento e colpendo braccianti e lavoratrici e lavoratori del comparto. Ne abbiamo parlato a Il Giusto Clima con Maria Panariello, giornalista e Responsabile Community Engagement di Terra!, nonché coordinatrice dell’inchiesta.
Dal campo alla GDO: perché i prezzi al consumo salgono e i ricavi dei produttori crollano
Il caro carburante è la miccia che ha fatto esplodere le proteste degli agricoltori nel Sud Italia, che riguardano in realtà un settore in grande crisi. Se il cibo costa sempre di più a chi lo compra, ma chi lo produce guadagna sempre di meno, c’è un problema strutturale. Ci aiuti a capire?
Si è compresa l’importanza di questo comparto solo vedendo gli scaffali vuoti dopo i presidi delle scorse settimane. L’elemento scatenante è stato il prezzo del gasolio, ma le proteste vanno avanti da anni. Il motivo centrale è che i costi salgono, ma i ricavi no. La richiesta è equilibrare i rapporti di forza nella filiera.
Secondo i dati della Confederazione Italiana Agricoltori (CIA), l’olio extravergine ha subito un calo dei prezzi riconosciuti ai produttori di quasi il 50%. Allo stesso tempo, tra il 2021 e il 2025 la nostra spesa è aumentata di quasi il 30%.
Guardiamo qualche altro dato: le zucchine sono vendute al consumatore fino a 4 euro al kg, ma pagate all’agricoltore massimo 1,40 euro al kg. L’uva, che noi paghiamo fino a 3,5 euro al kg, viene acquistata al contadino a soli 0,62 centesimi.
Dal campo allo scaffale c’è qualcosa che va storto: se noi spendiamo di più e i produttori guadagnano di meno, c’è qualcuno che ci sta guadagnando. Per questo l’Antitrust ha aperto un’indagine sulla Grande Distribuzione Organizzata, per capire come vengono formati i prezzi a scaffale.
Caldo estremo e impatto economico: i risultati dell’inchiesta in Puglia
L’inchiesta “Il cibo scotta” si focalizza su chi paga il prezzo degli impatti climatici nel settore agricoli. Cosa è emerso dalla vostra ricerca sul campo in Puglia?
Abbiamo lavorato nei mesi più caldi di quest’estate, la più rovente mai registrata. Ci è sembrato necessario approfondire cosa stesse succedendo nei campi, perché l’agricoltura non può spostare le attività al chiuso:i cicli delle piante vanno avanti anche quando il clima diventa proibitivo. Abbiamo voluto capire chi sta pagando il costo di questa crisi, e sono i soggetti più fragili. Parliamo delle persone in stato di bisogno, che non vengono fermate da un’ordinanza regionale, ma anche dei piccoli produttori che non riescono a far fronte alle misure per adattarsi.
Abbiamo fotografato due aspetti. Da un lato quello economico: senza interventi di adattamento, il calo della produzione agricola italiana è stimato in 12,5 miliardi di euro l’anno. Dall’altro l’aspetto sociale: secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il 71% della manodopera mondiale è esposta a un calore eccessivo. Lo abbiamo visto nelle nostre campagne, con tante vittime dovute al caldo, come il diciannovenne che ha perso la vita ad agosto nel Cremonese. Danni economici e danni ai lavoratori sono due facce della stessa medaglia.
Il clima come moltiplicatore dello sfruttamento: il lavoro notturno e i limiti delle ordinanze
A dieci anni dalla legge anticaporalato, bisogna aggiungere il tassello della crisi climatica, che nel frattempo si è amplificata notevolmente. Qual è il rapporto tra sfruttamento e clima?
Quando abbiamo iniziato a riflettere su questo report ci siamo detti di provare a parlare di caporalato senza parlare di caporalato,cioèaffrontando le condizioni che lo alimentano, come prezzi, trasporti e alloggi. La crisi climatica è un’altra condizione che alimenta questo sfruttamento.
Parlando con lavoratori e aziende siamo arrivati a una conclusione: il clima è diventato un moltiplicatore dello sfruttamento. In diverse regioni le ordinanze hanno vietato il lavoro nelle ore più calde, ma chi non ha un contratto o è pagato a cottimo finisce per lavorare più in fretta nelle ore consentite, o lavora in quelle proibite perché deve portare soldi a casa. Nel Tavoliere la raccolta si sposta nelle ore notturne. Quel lavoro dovrà essere regolato.
Nel report abbiamo inserito delle proposte: occorrono integrazioni contrattuali per tutelare chi lavora in orari straordinari, prezzi che riconoscano l’impatto della crisi climatica con una presa di responsabilità da parte della Grande Distribuzione e dell’industria. Servono anche politiche europee, come la PAC, e finanziamenti nazionali all’altezza della sfida.


