“La moda è potere”: i danni della fast fashion tra impatto ambientale e diritti negati

Il Giusto Clima   Approfondimenti   
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7 Luglio 2026

Sfruttamento, violenze e impatti ambientali stratosferici della fast fashion: intervista a Deborah Lucchetti sul libro “La moda è potere”

Deborah Lucchetti, coautrice di La moda è potere, a una manifestazione contro la fast fashion della campagna Abiti Puliti
Foto della Campagna Abiti Puliti. Deborah Lucchetti a una manifestazione nella Settimana di azione globale a sostegno della campagna PayYourWorkers contro Adidas – ottobre 2022

La fast fashion è tra le industrie più inquinanti al mondo e una delle più problematiche per i diritti dei lavoratori. Ma qual è il suo impatto reale su ambiente e società? L’intervista a Deborah Lucchetti

Dietro il settore tessile e la fast fashion si nasconde un sistema globale fatto di sfruttamento del lavoro, disuguaglianze e impatto ambientale. È questo il tema al centro di La moda è potere. Come un’industria modella il nostro futuro, edito da Altreconomia, scritto da Deborah Lucchetti, Alessia Cesana e Martina Ferlisi.

A Il Giusto Clima abbiamo intervistato la coautrice Deborah Lucchetti, coordinatrice della campagna Abiti Puliti, rete mondiale composta da più di 250 organizzazioni tra sindacati e ONG che lotta a fianco delle lavoratrici della moda a livello mondiale.

Moda, lavoro e sfruttamento

Nell’introduzione dite che è difficile parlare di moda mentre c’è un genocidio in corso e conflitti armati in diversi paesi. Eppure “la guerra”, scrivete, “inizia prima della guerra”. Cioè?

La moda in realtà è semplicemente un settore attraverso cui osserviamo le dinamiche di potere che regolano i rapporti tra lavoratori e lavoratrici e imprese. E il lavoro è un’esperienza di violenza costante e grave, in cui sono coinvolte milioni di persone in tutto il mondo, in particolare nella moda.
Le violazioni, gli abusi e lo sfruttamento sono talmente forti e ricorrenti che si tratta di una vera e propria guerra al lavoro e ai diritti.

Quegli stessi lavoratori che vengono sfruttati spesso fuggono attraverso tratte migratorie pericolosissime; quando sopravvivono al Mediterraneo, in Italia trovano nuove trappole: da una parte l’impossibilità di ottenere diritti civili, dall’altra l’unica possibilità di sostentarsi lavorando in filiere produttive — agricole o tessili — dove vengono nuovamente sfruttati, privi di diritti e di voce.

Moda e guerra: il ruolo economico dei brand

Uno dei capitoli si intitola “Vestire la guerra. Israele e la moda nell’economia dell’occupazione”. Ci puoi dire due parole su questo?

Abbiamo raccontato un rapporto di ricerca condotto dalle colleghe della campagna belga Abiti Puliti per smascherare una dimensione della guerra a cui non pensiamo mai, ovvero le forniture tessili agli eserciti. Inoltre, la guerra viene normalizzata e legittimata dal fatto che nei luoghi in cui viene condotta continuano ad aprire e operare negozi.

Nel caso di Israele, Zara ha aperto recentemente due importanti mall, uno a Tel Aviv e uno vicino a zone della Palestina occupata. Questo contribuisce anche economicamente, ad esempio attraverso le tasse locali, a finanziare la guerra. C’è quindi una forma di complicità e un doppio standard: così come Zara e molti altri brand hanno chiuso rapidamente i negozi in Russia dopo l’attacco all’Ucraina, la stessa cosa non è accaduta nel caso del genocidio in corso in Palestina.

Impatto ambientale della moda: risorse, territorio e rifiuti

Qual è l’impatto ambientale della moda?

La moda è uno dei settori più impattanti perché segue un modello estrattivo, coloniale e lineare. Un dato importante è quello della “terra incorporata”, ovvero i km² utilizzati per far pascolare animali, produrre colture e prodotti forestali destinati alla produzione di vestiti.

Stiamo parlando di 227 mila km², una superficie grande quasi quanto l’Italia, di cui il 90% si trova in Asia e Africa. La moda estrae quindi materia e valore dal Sud globale, sottraendo risorse a questi paesi e impedendo loro di sviluppare la propria agricoltura e sovranità alimentare.

Territori, terra, bestiame e alberi vengono sacrificati per produrre fibre destinate alla fast fashion, prodotti di qualità molto scarsa che diventano rapidamente rifiuti finendo nelle discariche dei paesi più poveri. Il Sud globale fornisce materie prime e lavoro sottopagato e riceve in cambio i nostri scarti.

Fast fashion: un modello non riformabile

Secondo te si può riformare la fast fashion?

No, non è possibile. La fast fashion si basa su una regola precisa: sfruttare al massimo lavoro, persone e terra per produrre il più possibile a basso costo e aumentare i profitti. Certo, paesi come il Bangladesh dipendono fortemente dalla fast fashion: circa l’80% delle esportazioni, ed è il secondo esportatore verso l’Europa dopo la Cina. Proprio per questo le soluzioni devono essere sistemiche e coinvolgere governi e imprese.

Non può più essere possibile produrre 100 miliardi di capi all’anno e 24 miliardi di paia di scarpe all’anno, di cui nessuno ha bisogno. Non basta produrre gli stessi capi in modo più efficiente: bisogna produrne molti di meno.

Serve una moda lenta che incorpori tutte le esternalità negative, garantisca salari dignitosi, riduca le quantità e produca capi più durevoli e anche più costosi, ma accessibili grazie a salari più alti. In paesi come il Bangladesh bisognerebbe quadruplicare i salari minimi per legge, che oggi sono del tutto insufficienti per una vita dignitosa.

Consumismo e moda: perché compriamo sempre di più

Un cittadino in un anno consuma 19 kg di abbigliamento e scarpe e questo numero negli ultimi anni è sempre in aumento. Come siamo arrivati a questo punto?

Siamo stati spinti da decenni di marketing e comunicazione. La moda non segue più quattro stagioni: le collezioni sono continue, fino a 52 all’anno (una a settimana) e producono incessantemente vestiti di bassa qualità.

Il consumatore è indotto a percepire i capi come non più adeguati, anche quando lo sono. La pubblicità, oggi amplificata da social e influencer, spinge a cambiare continuamente per essere accettati.

Questo sistema produce 92 miliardi di tonnellate di rifiuti tessili, l’equivalente di un camion ogni 20 secondi di vestiti (nuovi e vecchi), e arricchisce pochissimi: i grandi marchi e i loro azionisti.

Cosa possiamo fare nel nostro piccolo contro la fast fashion?

Dobbiamo smettere di essere consumatori passivi e recuperare la nostra capacità critica. Informarci, comprare molto meno, quasi nulla, scambiare di più, utilizzare il second hand: sono tutte strade importanti, ma complementari.

L’altra parte fondamentale è quella politica: sostenere campagne, diventare attivisti e fare pressione sulle istituzioni. La politica non agisce da sola: serve una forte pressione dal basso per obbligarla a prendere decisioni sensate.

Questo testo è tratto dall’intervista realizzata per Il Giusto Clima – Radio Popolare. Puoi ascoltare l’intervista completa sulla fast fashion e i diritti dei lavoratori nel podcast: