Le Note del Prof: la diplomazia climatica non è morta

Il Giusto Clima   Approfondimenti   
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28 Maggio 2026

L’editoriale di Gianluca Ruggieri per Il Giusto Clima sullo storico voto dell’Assemblea Generale ONU sul clima

Nel 2019, ventisette studenti di legge dell’Università del Sud Pacifico (Isole Fiji) iniziarono una campagna per convincere i governi dei paesi del Forum delle Isole del Pacifico a ricorrere alla Corte Internazionale di Giustizia. L’obiettivo era far riconoscere che il cambiamento climatico sta compromettendo i diritti umani degli abitanti di quei paesi, destinati a scomparire a causa del progressivo innalzamento del livello del mare.

La Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giudiziario dell’ONU, è attiva dal 1946 e svolge due funzioni principali: da una parte dirime conflitti tra Stati membri delle Nazioni Unite (come dispute territoriali o violazioni di trattati internazionali), dall’altra fornisce pareri giuridici non vincolanti.

Il pronunciamento storico del luglio 2025

Quella campagna del 2019 ha portato a un pronunciamento storico nel luglio dell’anno scorso. In quell’occasione la Corte ha stabilito che:

  • i trattati sul cambiamento climatico prevedono obblighi vincolanti per gli Stati nella protezione del sistema climatico dalle emissioni di gas serra;
  • anche il diritto internazionale consuetudinario impone obblighi in materia, tra cui il dovere di prevenire danni significativi all’ambiente, nel rispetto del principio delle responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità;
  • gli Stati hanno il dovere di cooperare in buona fede per prevenire tali danni;
  • come richiesto dai 27 studenti, i cambiamenti climatici incidono sui diritti umani e gli Stati hanno l’obbligo di rispettarli e garantirne l’effettivo godimento, proteggendo l’ambiente e il sistema climatico.

Dalla Corte Internazionale di Giustizia all’Assemblea Generale ONU

Una pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia non ha di per sé effetti vincolanti, anche se rappresenta un precedente giuridico molto importante. Per questo alcuni Stati hanno portato la questione al voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, affinché fossero gli Stati stessi a farsene carico.

Il voto si è tenuto la scorsa settimana e ha registrato 141 voti a favore, 8 contrari e 42 astensioni. Si tratta ovviamente di un passaggio storico, che porta la diplomazia climatica su un piano diverso rispetto a quello tradizionale delle COP.

Non è facile prevederne le conseguenze concrete, ma questo passaggio dimostra che il processo multilaterale di costruzione di politiche climatiche globali è tutt’altro che morto. Al contrario, prosegue accanto ad altri percorsi, come quello inaugurato dalla Conferenza di Santa Marta per la dismissione delle fonti fossili, di cui abbiamo parlato nelle ultime puntate.

Chi ha votato contro? Petrostati e Stati canaglia

In questo quadro generale, un dettaglio risulta significativo. Gli otto paesi contrari alla risoluzione sono Liberia, Arabia Saudita (con il suo alleato Yemen), Russia (con la Bielorussia), Israele e, tra i suoi alleati, gli Stati Uniti d’America, insieme al loro nemico Iran. Si tratta di Stati in conflitto tra loro, in alcuni casi anche in guerra.

Sono inoltre paesi ai primi posti, ad esempio, nell’applicazione della pena di morte. Stati guidati da leader già sottoposti a inchieste della Corte Penale Internazionale o che potrebbero esserlo presto. Pensiamo a Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin, su cui le inchieste sono già aperte; a Mohammad bin Salman, accusato di aver ordinato l’uccisione di Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul; ad Alexander Lukashenko, su cui è stata aperta un’indagine; alla dirigenza iraniana, fino ad arrivare a Donald Trump.

Stiamo parlando, del resto, di Stati che da tempo mostrano scarso interesse per l’affermazione dei diritti umani, sia all’interno dei propri confini sia altrove.

Tutto questo non stupisce, ma anzi chiarisce bene con chi abbiamo a che fare. Possiamo chiamarli petrostati, visto che molti di loro occupano i primi posti nelle statistiche sull’estrazione e l’esportazione di risorse fossili. Potremmo forse iniziare a chiamarli Stati canaglia, per la loro ostinata opposizione a qualsiasi alternativa che non preveda il loro arricchimento e l’affermazione del loro imperialismo.

È l’ennesima dimostrazione che la questione climatica è profondamente politica e sociale, e che incide sui diritti umani di tutte e tutti. E, pensando a quei 27 studenti, è anche l’ennesima conferma di quanto avesse ragione Margaret Mead quando diceva:

“Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi e impegnati possa cambiare il mondo. In verità è l’unica cosa che sia mai accaduta”.

“Le Note del Prof” è il titolo della rubrica settimanale energetica a cura di Gianluca Ruggieri, in onda tutti i mercoledì sera a Il Giusto Clima su Radio Popolare. Questo testo è tratto dall’editoriale della puntata del 27 maggio 2026.