Opposizione alle rinnovabili e CER: la lettura antropologica di “Energy Commons”
;“Energy Commons. Vita sociale dell’energia nel Mezzogiorno”, lavoro collettaneo di antropologi e giuristi, analizza il potenziale democratico delle CER e i fenomeni di opposizione alle rinnovabili

Nella grande varietà dei fenomeni energetici odierni convivono esperienze molto diverse: dalle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), potenziali strumenti di democrazia e cittadinanza, al “nuovo estrattivismo” delle rinnovabili, che domina in molti territori considerati “vuoti” del Mezzogiorno.
“Energy Commons. Vita sociale dell’energia nel Mezzogiorno” (Rubbettino Editore 2026) presenta casi studio e etnografie condotte nel Sud Italia – dall’Abruzzo alla Sicilia – indagando temi quali l’effettivo potenziale partecipativo delle CER, la povertà energetica e le resistenze locali ai grandi impianti nel quadro di PRIN – Programma di Rilevante Interesse Nazionale – PNRR.
L’energia, vista sotto la lente antropologica, è materia relazionale che spesso nasconde asimmetrie e diseguaglianze.
Dalle nuove forme di colonialismo energetico alle iniziative nate dal basso di cittadinanza rinnovabile, “L’energia è una cartina tornasole della democrazia”, afferma Letizia Bindi, professoressa ordinaria di antropologia culturale all’Università del Molise e coautrice del volume insieme a Mara Benadusi, Ignazio Castellucci, Alessandro Mancuso.
Prof.ssa Bindi, il vostro volume individua la direttiva europea sulle rinnovabili RED II come uno spartiacque. Come mai?
La RED II mette a regime un panorama già esistente di esperienze di auto-organizzazione e condivisione energetica. È uno spartiacque perché riconosce formalmente le CER come soggetti collettivi. Con il recepimento in Italia nel 2021, le collettività possono diventare titolari di comunità energetiche e partecipare alla gestione dell’energia.
Non si tratta solo di decentralizzare la produzione, ma anche di capire dove si realizzi il potere decisionale: la direttiva apre alla trasformazione dei consumatori in prosumers, produttori e consumatori insieme, e alla possibilità di una cittadinanza energetica fondata sulla partecipazione.
Come mai sottolineate il carattere “ambivalente” delle Comunità Energetiche Rinnovabili?
Le CER sono potenzialmente laboratori di democrazia energetica ma sono continuamente strette tra promessa e realtà.
All’inizio abbiamo osservato esperienze nate intorno a piccole realtà di gestione dell’energia, orientate alla produzione e alla redistribuzione dei benefici a livello locale. Sempre più spesso, però, entrano in gioco intermediari che possono indirizzare i processi verso grandi impianti. Il rischio è che i grandi attori del sistema energetico trasferiscano il proprio modello dall’economia del carbonio a quella delle rinnovabili, senza modificare realmente le strutture di potere.
C’è poi il problema della partecipazione. Non basta invocare il coinvolgimento dei cittadini: occorre metterli nelle condizioni di comprendere ciò su cui stanno decidendo. In alcuni casi la comunità energetica diventa uno strumento di protagonismo locale e di empowerment realmente comunitario, come a Gagliano Aterno (Abruzzo); in altri, consulenti, tecnici e intermediari finiscono per produrre nuove verticalità. La comunità, come osserva Mara Benadusi nel volume, non sempre precede il progetto: talvolta ne è il risultato.
Un tema centrale nel saggio è quello dell’attuale opposizione alle rinnovabili. Questo fenomeno può prendere forme molto diverse: penso ad esempio al “Coordinamento No Pizzone II” contro l’ampliamento della centrale idroelettrica dell’Enel in Molise da un lato, e a episodi come il sabotaggio vandalico di 50 persone incappucciate e armate del parco eolico nel Mugello dall’altro. Non è riduttivo parlare genericamente di “opposizione alle rinnovabili”?
È una categoria troppo semplice, che include fenomeni diversissimi tra loro. Ma non bisogna fare l’errore di liquidare come NIMBY (Not In My Backyard) movimenti che in realtà hanno costruito competenze e conoscenze molto forti sulle conseguenze degli impianti sul territorio.
Il caso di No Pizzone II è emblematico: il coordinamento si oppone all’ampliamento di una centrale idroelettrica e difende un paesaggio che è a sua volta il prodotto di una sintesi tra paesaggio storico e precedente infrastruttura. Il lago di Castel San Vincenzo è infatti un invaso artificiale realizzato sul finire degli anni ’50 proprio per scopi legati alla produzione di energia idroelettrica, che verrebbe profondamente modificato dal nuovo progetto e che oggi è considerato dagli abitanti del territorio a tutti gli effetti elemento patrimoniale da salvaguardare e valorizzare.
In casi come questo il conflitto territoriale, lungi da essere letto come meccanica opposizione tra favorevoli e non favorevoli alle energie rinnovabili, si trasforma in un processo di consapevolezza e di crescita della comunità.
Il punto qui è interrogarsi su chi decide, su quali trasformazioni vengono considerate accettabili e su come vengono distribuiti costi e benefici.
Il tema energetico permette infatti di leggere nuove asimmetrie tra aree di produzione e aree di consumo, tra territori considerati “vuoti” e territori densamente abitati. Il rischio è quello di un nuovo colonialismo interno: territori fragili, impoveriti e spopolati vengono considerati disponibili per qualsiasi tipo di infrastruttura.
Per questo le mobilitazioni territoriali vanno analizzate nella loro complessità. Spesso non sono movimenti ideologici, ma forme di difesa di un interesse collettivo e di un bene comune. È proprio qui che si colloca il concetto di Energy Commons.
Però spesso il paesaggio che si vuole difendere è esso stesso il prodotto dell’azione dell’essere umano, come nel caso del lago di Castel San Vincenzo. Cosa significa difendere il paesaggio?
Il paesaggio è in continuo cambiamento ed è il frutto del rapporto tra ambiente e essere umano, per questo i conflitti sulle rinnovabili mostrano quanto sia complesso stabilire che cosa debba essere tutelato e che cosa possa essere trasformato.
La questione cruciale, però, è quella della soggettività decisionale: in che modo la comunità viene informata? Viene realmente coinvolta oppure semplicemente invitata ad aderire a decisioni già prese?
È fondamentale perché quando si parla di energia si parla automaticamente del destino dei territori: della loro vocazione agricola, turistica, paesaggistica.
È per questo che consideriamo l’energia una potentissima cartina di tornasole del grado di democrazia dei processi decisionali.
Come evitare che i movimenti di opposizione alle rinnovabili siano strumentalizzati dagli interessi fossili?
Il rischio esiste, e lo stiamo vedendo piuttosto chiaramente in ciò che sta accadendo in Sardegna.
La soluzione non è rallentare la transizione, ma governarla meglio: privilegiare aree dismesse o industriali, evitare territori agricoli o turistici sensibili e coinvolgere le comunità fin dall’inizio. In generale, impianti piccoli e medi risultano più compatibili con i territori, se inseriti in una pianificazione condivisa.
Resta inoltre poco indagato il ruolo degli intermediari che acquisiscono terreni in aree fragili e spopolate. Qui può emergere una nuova forma di estrattivismo interno, legata alla vulnerabilità economica dei territori.
Il volume si conclude con Manifesto Etico della ricerca. Di cosa si tratta?
L’obiettivo principale del Manifesto è costruire una base di principi metodologici etici per qualsiasi ricerca, in vari ambiti disciplinari.
Abbiamo assunto il principio Do No Significant Harm, che prevede appunto di non produrre danni significativi, come base per questo decalogo etico, andando oltre la semplice conformità burocratica.
Abbiamo introdotto pratiche partecipative e restituito i risultati ai gruppi coinvolti, accogliendo osservazioni che hanno portato anche a modifiche del lavoro. La ricerca non può limitarsi a osservare le comunità: deve anche risponderne.
In questo senso, gli Energy Commons non sono solo un oggetto di studio, ma un modo per interrogare il rapporto tra energia, potere e democrazia. Decidere sull’energia significa decidere sul futuro dei territori e delle comunità che li abitano.


