Datacenter e AI: cresce l’opposizione in Italia e nasce la prima rete di comitati

Il Giusto Clima   Approfondimenti   
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15 Settembre 2026

La mancanza di regolamentazione e trasparenza è alla base delle proteste che stanno crescendo in Lombardia. Intervista a Andrea Benedetti del Collettivo NINA

Uno striscione in una manifestazione contro la costruzione di un datacenter in Italia - Movimento no datacenter
Credits: Lapalmauz – Wikimedia Commons

A inizio settembre è nata la prima rete italiana di opposizione ai data center, che riunisce comitati locali di diversi comuni soprattutto in Lombardia. È proprio in questa regione che si concentra infatti oltre la metà (289) delle oltre 529 richieste di allaccio di nuovi datacenter arrivate a Terna ultimamente.

Ma i movimenti di protesta contro i datacenter stanno crescendo ovunque: dalla Spagna, all’Irlanda, dalla Gran Bretagna all’Austria. In USA la questione rischia di condizionare gli esiti delle elezioni di midterm che si svolgeranno a novembre, con Trump che ha dichiarato senza mezzi termini che opporsi ai datacenter vuol dire “voler rimanere poveri e arretrati”.

Ne abbiamo parlato a Il Giusto Clima con Andrea Benedetti, designer dei dati e delle informazioni e membro del collettivo NINA.

Andrea, innanzitutto che cos’è il collettivo NINA?

NINA sta per “né intelligente né artificiale”, un’espressione che riprende l’omonimo libro della sociologa Kate Crawford e mette in discussione l’idea di un’intelligenza artificiale immateriale: dietro il funzionamento dell’AI ci sono numerose risorse naturali. Siamo un collettivo che porta nel dibattito pubblico le conseguenze sociali e politiche dell’AI, cercando di mettere in discussione la visione iper-positivistica secondo cui ci salverà da tutto.

Nuovi datacenter in Lombardia

In NINA segui un lavoro di monitoraggio dei datacenter in Lombardia. Che cosa state rilevando?

Sì, stiamo lavorando a una mappatura dei progetti di costruzione e ampliamento dei data center, soprattutto in Lombardia, perché vogliamo restituire allɜ cittadinɜ uno strumento che permetta di capire cosa sta succedendo e, eventualmente, di mobilitarsi.

Ci stiamo concentrando sui documenti pubblici del portale del Ministero dell’Ambiente. Per ora abbiamo individuato 44 progetti nella regione: 26 nuove costruzioni, 9 ampliamenti, 7 interventi sulle infrastrutture energetiche e 2 sul trattamento delle acque.

I datacenter esistono da tempo, ma la crescita degli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale sta facendo esplodere la domanda di potenza di calcolo e portando anche all’ampliamento di strutture già esistenti, come quella di Amazon a Zibido San Giacomo.

I nuovi datacenter servono tutti all’intelligenza artificiale?

No, sono usati anche per tutti quei servizi che diamo per scontati come Netflix, i social media, l’archiviazione in cloud, il cui consumo è in crescita. Infatti riconoscere l’impatto dei datacenter significa riconoscere anche quello delle nostre abitudini di consumo, perché le ore passate in streaming o su TikTok hanno una ricaduta concreta in termini di energia, consumi e risorse.

Proprio a Zibido San Giacomo (Milano) c’è uno dei comitati che aderisce alla neonata Rete italiana di opposizione ai datacenter. So che con NINA state seguendo le mobilitazioni, che cosa sta succedendo?

La Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center è nata durante l’estate presso lo spazio sociale Fornace di Rho e riunisce comitati di Trezzano sul Naviglio, Abbiategrasso, Lacchiarella, Bollate e molti altri comuni, ma anche singolɜ cittadinɜ. Il primo settembre hanno pubblicato un Manifesto che fa emergere le varie criticità.

Il problema è che territori e persone vengono lasciati ai margini della discussione, per questo noi stiamo seguendo le mobilitazioni con grande interesse.

Opacità e mancanza di regolamentazione

Di fronte a impatti ambientali dei datacenter numerosi e molto variabili a seconda del contesto, del tipo di tecnologia usata e di molti altri fattori, quello che è certo è che manca trasparenza nelle informazioni (non) fornite da parte delle Big Tech. Non è un paradosso, visto che parliamo di aziende che lavorano proprio coi dati?

Sì, ed è il tema centrale del nostro lavoro in NINA. I data center sono strutture immense che fino a oggi erano poco visibili, spesso collocate in aree isolate. Con l’esplosione recente stanno diventando molto più presenti nel nostro quotidiano, portandosi dietro rumore, consumo energetico e altri impatti ambientali sui quali le Big Tech tendono a informare il meno possibile.

Anche quando le informazioni sono pubbliche sono però contenute in documenti difficili da leggere, come le Valutazioni di Impatto Ambientale. Il lavoro che stiamo facendo con NINA è proprio renderle comprensibili e restituirle al dibattito pubblico.

Negli Stati Uniti l’opposizione ai data center è diventata bipartisan, ben il 61% degli abitanti ha espresso contrarietà (e il 54% tra i repubblicani). Lì come valuti la situazione?

Trovo molto interessante vedere forze politiche così diverse unirsi su questo tema, in un Paese estremamente polarizzato.

Trump punta sulla deregulation e sostiene che porre limiti rischierebbe di “uccidere la gallina dalle uova d’oro”. Ma proprio la deregulation ci ha portati a una situazione in cui potere, denaro e competenze tecniche sono concentrati nelle mani di pochissimi soggetti.

In Italia la mobilitazione non è così trasversale a livello politico, ma siamo solo all’inizio e ciò potrebbe cambiare quando il tema guadagnerà maggiore spazio.

Trump sostiene che opporsi ai datacenter significa farli fare alla Cina, perdere un’occasione economica. Che cosa ne pensi?

Certo, è un tema, i comitati vengono spesso tacciati di Nimbysmo (da NIMBY, Not In My Backyard): ma se l’opposizione locale è così forte è perché c’è opacità nelle informazioni e manca una regolamentazione.

Spesso le persone non sono contrarie ai datacenter in toto, ma al modo in cui vengono costruiti, ovvero senza tener conto delle comunità locali impattate dai progetti. Serve un linguaggio comune che metta sullo stesso piano cittadinɜ, istituzioni e aziende.

Testo tratto dall’intervista condotta in diretta per Il Giusto Clima, il 9 settembre 2026, ascoltabile qui.