Giustizia climatica: perché non c’è ecologia senza lotta alle disuguaglianze
;Ridurre l’orario di lavoro, tassare i super ricchi e investire in sanità e istruzione: le proposte del Global Justice Report 2026 per un futuro sostenibile ed equo. Intervista ad Alice Sodano.

Il Global Justice Report mostra che crisi climatica e disuguaglianze vanno affrontate insieme e che alla transizione energetica vanno accompagnate misure di sufficienza, come la riduzione del tempo di lavoro e del consumo di carne.
Giustizia climatica e disuguaglianze: un legame inevitabile
Garantire il benessere di tutte e tutti e restare entro i limiti del pianeta non è un’utopia, ma il risultato possibile di politiche concrete. È quanto emerge dal Global Justice Report 2026, frutto del lavoro di 200 ricercatori coordinati dal World Inequality Lab, il centro studi diretto da Thomas Piketty e Lucas Chancel.
Il report delinea uno scenario in cui è possibile conciliare prosperità e sostenibilità, a patto di agire su più fronti: decarbonizzazione, sufficienza e una drastica riduzione delle disuguaglianze.
Ne abbiamo parlato a Il Giusto Clima con Alice Sodano, ricercatrice del World Inequality Lab che ha contribuito alla stesura del rapporto.
Perché lavorare meno fa bene al pianeta
Il rapporto prevede un dimezzamento delle ore lavorate entro il 2100, passando da circa 2.100 a 1.000 ore annue per occupato.
“Può sembrare radicale, ma in realtà è la continuazione di un processo storico“, spiega Alice Sodano. Nel XIX secolo si lavorava in media 3.000 ore all’anno, mentre oggi la media europea è già scesa a 1.600.
La chiave per mantenere gli stessi redditi è l’aumento della produttività: “Se la produttività cresce si può lavorare meno a parità di salario”.
Storicamente, i guadagni di produttività sono sempre stati usati in parte per consumare di più e in parte per avere più tempo libero. Lavorare meno diventa così una delle modalità per rallentare la crescita della produzione materiale e del consumo di energia, trasformando una parte dei futuri guadagni di produttività in tempo libero anziché in ulteriore produzione.
Cosa significa “sufficienza” e perché non basta la decarbonizzazione
Uno dei risultati centrali del report è che la sola decarbonizzazione del sistema energetico non è sufficiente per rimanere sotto i 2°C di riscaldamento globale.
“Con una veloce transizione arriveremmo comunque a 2,6°C”, chiarisce Sodano. Solo combinando la decarbonizzazione con politiche di “sufficienza” si può raggiungere l’obiettivo.
Oltre alla riduzione dell’orario di lavoro, un punto cardine della sufficienza è il cambiamento della composizione dei consumi, spostando la domanda dai settori materiali (trasporti, energia, edilizia), che emettono molto di più, a quelli immateriali come sanità e istruzione.
Un altro punto è la trasformazione dei modelli alimentari e dell’uso del suolo, con l’abolizione della deforestazione e la riduzione del consumo di carne.
“La sufficienza non significa produrre meno di tutto, ma produrre e consumare diversamente“.
Giustizia climatica e giustizia sociale: perché sono inseparabili
Per ridurre le enormi disuguaglianze attuali, il report propone due imposte globali e progressive che colpirebbero solo l’1% più ricco della popolazione: una tassa sul patrimonio fino al 20% annuo per i miliardari e un’imposta sui redditi fino al 90% per le fasce più alte.
Le risorse confluirebbero in un “fondo di giustizia globale” per finanziare istruzione, sanità e transizione energetica, soprattutto nel Sud del mondo.
Secondo Sodano, affrontare le disuguaglianze è imprescindibile per due ragioni.
La prima è finanziaria e di equità: la transizione è costosa e “sono ovviamente i ricchi ad avere i mezzi per finanziarla”, ma hanno anche una maggiore responsabilità, dato che il 10% più ricco causa il 47% delle emissioni mentre il 50% più povero subisce il 74% delle conseguenze.
La seconda ragione è politica: “un’ecologia senza classi è destinata a fallire” perché, ignorando la distribuzione dei costi e dei benefici della transizione, non riuscirà mai a costruire il consenso sociale necessario per durare nel tempo.
È un progetto realizzabile o un’utopia?
Sodano non la definisce un’utopia, ma “un progetto estremamente ambizioso che si fonda su precedenti storici reali“.
Esistono molti esempi passati di successo. I Paesi nordici, nel corso del ‘900, hanno ridotto drasticamente il divario tra redditi alti e bassi.
Dopo le guerre mondiali, nazioni come Francia e Germania introdussero imposte patrimoniali con aliquote altissime “senza determinare una distruzione dell’economia”.
Anche il presente offre spunti di speranza, come l’iniziativa di Bridgetown promossa dalle Barbados per riformare il sistema finanziario globale.
Il report, conclude la ricercatrice, mostra che giustizia sociale e abitabilità del pianeta “sono obiettivi raggiungibili solo se perseguiti contemporaneamente“: la vera sfida è “costruire le coalizioni sociali e politiche necessarie per il raggiungimento di questi obiettivi”.


