“Le Note del Prof”: la diplomazia climatica prosegue senza gli USA
;Gianluca Ruggieri riflette sul ritiro degli USA da UNFCCC e IPCC: l’impatto sui negoziati e sulla scienza climatica in un mondo in cui gli USA non sono più l’unico punto di riferimento da tempo

La scorsa settimana il presidente Donald Trump ha ordinato il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, circa la metà delle quali legate alle Nazioni Unite. Tra le più rilevanti ci sono proprio quelle che si occupano di clima: l’IRENA, l’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili, ma soprattutto la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC).
È grazie all’UNFCCC se siamo a +2,6°C e non a +3,6°C
L’UNFCCC è una convenzione sottoscritta a Rio de Janeiro nel 1992, durante il Summit della Terra, nell’ambito della quale si svolgono ogni anno le Conferenze delle Parti (COP).
Pur con tutti i suoi limiti e le frequenti critiche, resta l’unico strumento che obbliga tutti gli Stati del mondo a confrontarsi collettivamente su come ridurre le conseguenze più catastrofiche della crisi climatica. Questo lungo processo ha contribuito a evitare traiettorie che ci avrebbero portato verso un aumento della temperatura globale di 3,6°C.
Oggi ci stiamo dirigendo verso +2,6°C: non è abbastanza — non sono i 2°C, e tantomeno gli 1,5°C dell’Accordo di Parigi — ma è comunque molto meno di quanto sarebbe potuto accadere.
L’IPCC è la fonte più autorevole che esista in materia
L’IPCC è stato istituito nel 1988 dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), con l’obiettivo di studiare il riscaldamento globale. Riunisce migliaia di scienziate e scienziati di tutto il mondo e ha il compito di fare sintesi della migliore scienza disponibile sulle cause del cambiamento climatico, sulle strategie di mitigazione e sugli interventi di adattamento.
Nel corso degli anni l’IPCC è stato criticato anche da parte della comunità scientifica, spesso perché ritenuto troppo cauto. È una conseguenza inevitabile di un lavoro di sintesi che deve mettere d’accordo molti attori diversi. Nonostante queste criticità, il valore del lavoro dell’IPCC è inestimabile ed è alla base sia delle decisioni politiche sul clima sia di molte rivendicazioni dei movimenti di attivismo climatico.
Gli USA non sono più il paese di riferimento
Gli Stati Uniti non possono formalmente ritirarsi dall’IPCC, ma hanno smesso di partecipare ai suoi lavori e di finanziarne le attività. Molti scienziati statunitensi continueranno comunque a contribuire grazie al sostegno di università e fondazioni private. Il lavoro dell’IPCC quindi prosegue, ma con meno risorse e senza l’influenza del governo USA sui testi finali, con un’inevitabile perdita di prestigio e leadership scientifica americana nel campo del clima.
Su questo è utile ricordare due questioni. La prima è che da tempo, su questi temi, gli Stati Uniti non sono più il paese di riferimento a livello globale. Se guardiamo ad esempio al Nature Index, che monitora le pubblicazioni scientifiche in 145 riviste scientifiche di alta qualità nel campo delle scienze naturali e della salute, vedremo che proprio nei campi delle scienze fisiche, naturali e ambientali la Cina negli ultimi anni ha ampiamente superato gli Stati Uniti.
Un’occasione per riequilibrare il peso di Nord e Sud?
La seconda questione riguarda la rappresentatività interna all’IPCC. Da tempo l’organismo viene criticato per la scarsa presenza di scienziati e scienziate del Sud globale e di donne, nonostante alcuni miglioramenti siano stati introdotti durante i lavori per il Sesto Rapporto di Valutazione. L’uscita di scena degli Stati Uniti potrebbe diventare un’occasione per riequilibrare i gruppi di lavoro e rappresentare meglio chi finora è stato spesso escluso, pur avendo pieno titolo scientifico per partecipare.
Anche sul piano dei finanziamenti, alcuni soggetti privati si sono già resi disponibili. Ma forse sarebbe auspicabile un maggiore protagonismo diretto dei paesi che un tempo avremmo definito “in via di sviluppo” e che oggi sono invece attori centrali dell’economia globale.
Il secolo americano (il ’900) è finito da un pezzo
Il ritiro degli Stati Uniti dall’UNFCCC è stato descritto come un colpo grave alla cooperazione climatica globale, ma secondo molti esperti il suo impatto pratico sarà probabilmente limitato. Un effetto negativo concreto riguarda però la trasparenza: gli USA non saranno più obbligati a comunicare ufficialmente le proprie emissioni, un fatto rilevante considerando che sono il secondo emettitore mondiale attuale e il primo se si considerano le emissioni cumulative.
L’impatto di questa decisione ci sarà, e per certi versi sarà negativo. Resta da capire se il resto del mondo deciderà di proseguire sulla strada del multilateralismo lasciando fuori proprio gli Stati Uniti, o se un gruppo di paesi si porrà all’avanguardia fissando un orizzonte concreto di uscita dalle fonti fossili. E resta da capire se questa scelta di isolamento finirà per danneggiare più il resto del mondo o gli stessi Stati Uniti, che con questa presidenza sembrano voler prolungare all’infinito il secolo americano. Anche se il Novecento è finito ormai per tutti. Da tempo.
“Le Note del Prof” è il titolo della rubrica settimanale energetica a cura di Gianluca Ruggieri, in onda tutti i mercoledì sera a Il Giusto Clima su Radio Popolare. Questo testo è tratto dall’editoriale della puntata del 14 gennaio 2026.


