Le Note del Prof: il ritorno al carbone
;Gli impatti del blocco di Hormuz: la decisione del governo di posticipare la dismissione del carbone in Italia e la mancanza di qualsiasi altra strategia

Quello che si sta generando dal blocco dello stretto di Hormuz è un evento di cui ancora non abbiamo una percezione completa. Lo abbiamo segnalato fin dal primo giorno dei bombardamenti. Si tratta infatti di uno snodo fondamentale nel traffico di petrolio e gas naturale liquefatto, con impatti a cascata che riguardano tutti i Paesi del mondo, non solo quelli che dipendono direttamente da quelle specifiche importazioni.
Bloccare petrolio e gas significa, per l’Italia ad esempio, avere impatti significativi in termini di prezzo e potenzialmente anche di disponibilità. Questo riguarda tutti i trasporti: ovviamente quelli su gomma, che sono quasi interamente basati su benzina e gasolio, ma anche quelli via mare, anch’essi basati su gasolio, e quelli aerei, che utilizzano kerosene, tutti derivati del petrolio. Contemporaneamente, la limitazione delle importazioni di gas ha effetti anche sugli usi industriali diretti, sul riscaldamento degli ambienti e dell’acqua calda sanitaria, e sulla generazione di elettricità, che sappiamo essere ancora per larga parte – almeno per il 40% – prodotta da gas naturale.
Ritorno al carbone
In una situazione così drammatica, pensare di tenere aperte ancora per qualche tempo, o addirittura riattivare, alcune centrali a carbone può essere visto come una terapia d’urto: ha sicuramente impatti negativi, ma potrebbe anche risultare accettabile, un po’ come quando siamo costretti a prendere una medicina per guarire, pur sapendo che ha possibili effetti collaterali.
Al momento, la situazione delle centrali a carbone in Italia è la seguente: ci sono due centrali ancora attive e due non più attive ma chiuse, quella di Civitavecchia e quella di Brindisi, entrambe con autorizzazioni scadute e che, per tornare a produrre, avrebbero bisogno di procedure probabilmente lunghe anni. Le uniche due in funzione sono entrambe in Sardegna e restano necessarie fintanto che l’isola non verrà collegata al continente attraverso il Tyrrhenian Link.
Se nel breve periodo una strategia del genere può essere comprensibile, la decisione di mantenere questa disponibilità fino al 2038 suscita invece sconcerto, perché sembra prefigurare la volontà del nostro Paese di non uscire mai davvero dalla dipendenza dalle fonti fossili. Se oggi il carbone produce annualmente meno del 2% dell’elettricità totale, non si vede come questa possa essere una strategia in grado di ottenere risultati tangibili e significativi. E proprio la decisione della Sardegna che nel 2025 anziché scegliere di lavorare per diventare la prima isola 100% rinnovabili, rivendica di non aver concesso nessuna autorizzazione per nuovi impianti e sceglie la metanizzazione. Auguri.
Peraltro, come ha scritto ECCO, mantenere le centrali in servizio è costato oltre 78 milioni di euro tra il 2024 e il 2025 per impianti non operativi. Un costo, per una fonte di energia altamente inquinante e non competitiva, che paghiamo perché non siamo stati abbastanza veloci nell’uscire dalla dipendenza dal gas.
L’Italia ha una strategia?
Ricordiamo qualche dato utile: sul totale dell’energia consumata in Italia – quindi non solo l’elettricità, ma tutta l’energia – già nel 2014 avevamo superato il 17% prodotto da rinnovabili. Nel 2024, dopo dieci anni, siamo arrivati al 19%, con un aumento di soli 2,3 punti percentuali. Ma se nel 2014 eravamo sei punti e mezzo sopra il nostro obiettivo, oggi siamo tre punti sotto. In pratica, abbiamo perso circa il 10% potenziale in dieci anni. E questo, ovviamente, non è responsabilità solo del governo Meloni, ma delle varie amministrazioni che si sono succedute e, più in generale, dell’intera classe dirigente del Paese.
La strategia che il governo italiano sta definendo in queste settimane appare però totalmente inadeguata. A partire dal decreto bollette, che non sta ottenendo risultati significativi: dalla riduzione delle accise, ottenuta però al costo di ridurre i finanziamenti a settori fondamentali come la sanità, fino ai tentativi di superare l’ETS – la politica europea che sta funzionando meglio per la riduzione delle emissioni.
A livello internazionale, invece, prima l’Agenzia Internazionale dell’Energia e poi la Commissione europea stanno iniziando a suggerire strategie di riduzione immediata dei consumi. Ad esempio, ridurre i viaggi inutili in automobile o in aereo, promuovere il lavoro a distanza, a cui in Italia potremmo affiancare lo spegnimento anticipato dei sistemi di riscaldamento, visto che la bella stagione è già iniziata. Per esempio, a Milano la data ufficiale sarebbe il 15 aprile, ma si sarebbe potuto anticipare già a oggi.
Ovviamente, nessuno di questi provvedimenti da solo è in grado di risolvere il problema, ma tutti insieme possono contribuire. Le strategie di lungo termine le ripetiamo praticamente a ogni trasmissione: elettrificazione dei consumi, efficienza energetica e promozione delle rinnovabili. E su nessuno di questi capitoli il governo ha dato segnali significativi in positivo. Anzi, i due principali provvedimenti recenti sono stati prima il taglio dei fondi alle comunità energetiche e poi, più recentemente, il taglio dei fondi al programma Transizione 5.0 dedicato alle imprese. Anche se a posteriori sembra annunciata una soluzione, questo modo di operare non fa altro che scoraggiare qualsiasi investimento. Esattamente il contrario di quello che servirebbe.
“Le Note del Prof” è il titolo della rubrica settimanale energetica a cura di Gianluca Ruggieri, in onda tutti i mercoledì sera a Il Giusto Clima su Radio Popolare. Questo testo è tratto dall’editoriale della puntata del 1 aprile 2026.


