Il grande flop: la COP30 raccontata da Lorenzo Tecleme

Il Giusto Clima   Approfondimenti   
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28 Novembre 2025

Il collaboratore de “Il giusto clima” Lorenzo Tecleme, tornato da Belèm, fa il punto sulla COP30

André Corrêa do Lago, Presidente della COP30, circondato da delegati e rappresentati durante la plenaria finale. Photo: © UN Climate Change – Lara Murillo

È stata un grande flop.

Alla COP30, il trentesimo incontro negoziale sul clima dell’ONU che si è aperto il 10 novembre a Belèm, città ai confini con l’Amazzonia brasiliana nello stato federato del Pará, hanno partecipato quasi tutti i Paesi del mondo. Non gli USA di Trump, che per la prima volta non hanno mandato neanche un delegato.

L’assemblea plenaria, l’organo che riunisce tutti gli stati partecipanti e adotta le decisioni, ha approvato un accordo, ma è un accordo sostanzialmente vuoto.

Il documento finale, il “Global Mutirão” – parola che nel portoghese brasiliano indica lo sforzo congiunto di una comunità – ripete impegni già presi alle COP precedenti, alcuni anche risalenti a molti anni fa. E non ne aggiunge di nuovi.

Roadmap per uscire dalle fossili e soldi per adattamento

Sul tavolo c’erano due punti.

Il primo era l’istituzione di una roadmap per l’abbandono dei combustibili fossili, un piano generale che indicasse quando e come iniziare a smettere di usare carbone, petrolio e gas. Era una proposta del Brasile e ad un certo punto sembrava che stesse riscuotendo successo. Oltre 80 paesi si erano detti pubblicamente favorevoli e per i media era diventata l’idea chiave della COP30. Alla fine questa roadmap è sparita e al suo posto ci sono delle fumosissime promesse su base volontaria.

Il secondo punto riguarda, tanto per cambiare, i soldi. Il G77, enorme gruppo negoziale che tiene assieme Africa, America Latina e quasi tutta l’Asia, chiedeva che si triplicassero i fondi per l’adattamento destinati ai loro territori. Alla fine questa richiesta del Sud globale è solo nominata, un invito volontario da qua al 2035, senza nessun dettaglio ulteriore sul tipo di finanza, la qualità, chi dovrà metterci soldi e così via.

Per dare un’idea del clima che si respirava durante la plenaria finale, alcuni dei paesi favorevoli alla roadmap, sudamericani ed europei, si sono alzati per protesta obbligando il presidente a interrompere i lavori per mezz’ora. Alla ripresa della plenaria alcuni grandi paesi BRICS contrari alla roadmap, tra cui Russia e India, hanno attaccato queste “nazioni ribelli”, definendole “egoiste e infantili”.

Riflessioni post COP

Su questo flop si stanno facendo un sacco di riflessioni. Una è forse banale ma molto azzeccata.

Le COP, questi incontri negoziali sul clima delle Nazioni Unite che hanno prodotto l’accordo di Parigi, il più grande trattato sulla difesa del clima nella storia dell’umanità, funzionavano in un mondo che era unito, in cui Usa e Cina si parlavano, in cui l’Europa e la Russia non si guardavano in cagnesco. Nel mondo diviso in cui viviamo oggi non hanno spazio. Gli Stati Uniti, il secondo emettitore mondiale, non sentono più il bisogno di dominare le COP. Anzi non partecipano neanche.

L’Italia è stato uno dei due paesi europei assieme alla Polonia ad opporsi alla roadmap. Tutti quei paesi che hanno boicottato l’accordo – sono davvero tanti e diversi oltre all’Italia, vanno dall’Arabia Saudita alla Cina – non sentono il bisogno che la macchina funzioni, pur non uscendone come ha fatto Trump.

Quello che si è delineato è un mondo polarizzato, spaccato tra chi vuole ancora puntare sulle fonti fossili e chi invece vuole avviare la transizione.

Le cose belle della COP

Le due cose positive che arrivano da Belèm non a caso sono esterne ai negoziati.

Prima cosa bella, fuori dalla COP si è risvegliato il movimento per il clima. Circa 50 mila persone hanno marciato nelle strade della città. Erano soprattutto latino americani e indigeni, a protestare contro le fossili, contro le multinazionali che deforestano cacciando le comunità. Per la democrazia e la transizione.

La seconda cosa bella è la proposta della Colombia. Questa nazione sudamericana da anni si sta facendo notare perché ha deciso di scommettere sulla transizione, nonostante sia un grande produttore di fossili, soprattutto di carbone. A questa COP è diventata leader degli ambiziosi e ha indetto assieme ai Paesi Bassi, che si sono fatti co-sponsor, una sorta di summit dei volenterosi. La Conferenza internazionale per la giusta transizione dalle fonti fossili si terrà il 28-29 aprile 2026 a Santa Marta, città colombiana sulla costa. Non sappiamo cosa ne uscirà ma siamo molto speranzosi e curiosi.

Questo testo è un estratto della rassegna stampa della puntata de Il Giusto Clima del 26 novembre, curata da Lorenzo Tecleme al rientro da COP30