Il doppio volto della transizione energetica cinese

Il Giusto Clima   Approfondimenti   
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27 Febbraio 2026

Leader indiscussa nel settore rinnovabile, la Cina sembra aver raggiunto il picco delle emissioni e sta guadagnando terreno anche come leader climatica. Intervista a Cecilia Trasi di ECCO

Xi Jimping alla COP21 di Parigi nel 2015 – “His Excellency Mr. Xi Jinping, President of China” di UNclimatechangeCC BY 2.0

Nel 2025 la Cina ha registrato per la prima volta nella storia un calo delle emissioni di gas serra (-0,3%). Non è stato il frutto di una crisi economica, ma dell’espansione senza precedenti di solare, eolico, batterie e veicoli elettrici: un segnale che potrebbe segnare un punto di svolta globale. Eppure, mentre le rinnovabili trainano la crescita e gli investimenti, Pechino continua a costruire nuove centrali a carbone. La Cina sta diventando una potenza climatica o resta soprattutto una superpotenza industriale? Ne abbiamo parlato a Il Giusto Clima con Cecilia Trasi, senior policy advisor industry & trade presso il think tank ECCO Climate.

Cecilia, come descriveresti lo stato della transizione in Cina? È corretto parlare di una leadership industriale nelle rinnovabili che però non coincide ancora con una leadership climatica?

Sì, è vero: da una parte la Cina è leader indiscussa della manifattura e dell’installazione delle tecnologie pulite, dall’altra continua a premere l’acceleratore sul carbone.

Secondo me per capire che cosa sta facendo è importante tenere a mente un modo di dire cinese traducibile in italiano più o meno così: “non si può buttare via il vecchio finché non è pronto il nuovo”.

La Cina sta scommettendo tantissimo sulle rinnovabili: il settore non solo traina il 90% della nuova crescita di investimenti, ma ha contribuito ad oltre un terzo della crescita del PIL nel 2025 e le installazioni superano di gran lunga quelle di tutto il resto del mondo.

Al tempo stesso, nel 2025 sono partiti nuovi cantieri di centrali a carbone per circa 25 GW di capacità, tanto che rischia di essere l’anno record di nuova capacità dell’ultimo decennio.

Tuttavia probabilmente si tratta di una corsa preventiva degli operatori prima di un possibile stop dovuto alle politiche climatiche che ci si aspetta con il lancio del nuovo piano quinquennale a marzo 2026.

Inoltre, queste centrali hanno tassi di utilizzo relativamente bassi, intorno al 50%, e funzionano come capacità di backup, necessaria finché settori come acciaio, cemento e alluminio non saranno decarbonizzati.

Quindi è corretto parlare di una leadership industriale che non coincide ancora con la leadership climatica. Tuttavia dovremmo rifarci questa domanda fra qualche anno perché ci sono segnali che suggeriscono che la Cina stia puntando ad assumere un ruolo di leader anche in questo ambito.

Come giudichi la notizia del calo delle emissioni cinesi nel 2025?

La notizia è potenzialmente storica. In realtà le emissioni sono piatte o addirittura in calo già dal 2024 grazie alle rinnovabili, che stanno crescendo più rapidamente della domanda di energia. La nuova capacità installata di solare, eolico e nucleare ha sostituito la produzione a carbone nel settore elettrico, che è uno dei maggiori emettitori nell’economia cinese.

Parliamo di riduzioni molto piccole in termini percentuali, ma è cruciale perché per la prima volta non sono dovute a un rallentamento economico e potrebbero segnare un vero e proprio picco strutturale delle emissioni nel settore elettrico. Il famoso decoupling: il PIL continua a crescere mentre le emissioni calano, cosa che costituirebbe un fatto storico.

Ora, bisogna leggere questa notizia insieme al nuovo obiettivo climatico che la Cina ha annunciato prima della COP30. Per la prima volta infatti non si è limitata a promettere un picco delle emissioni entro una certa data, ma si è impegnata a ridurre le emissioni totali del 7-10% rispetto ai livelli massimi entro il 2035. Considerato che la Cina è il maggiore esportatore a livello globale, questa è un’ottima notizia. Ma non è sufficiente per il rispetto dell’Accordo di Parigi, che richiederebbe una riduzione quasi del 30% delle emissioni cinesi.  

Tuttavia vista l’enorme capacità di produzione e installazione di rinnovabili, la Cina potrebbe andare oltre quanto annunciato ed effettivamente Xi Jinping ha descritto questo target come obiettivo minimo e non un tetto all’ambizione climatica. Inoltre ci sono diversi segnali che ci fanno presupporre che la Cina voglia presentarsi come un attore responsabile e con ambizioni climatiche, proprio mentre altri paesi stanno abbandonando la sfida, come gli USA.

Come va letta la forte presenza cinese in Africa?

L’analista che guarda le politiche climatiche la giudicherebbe come estremamente positiva. Quello che valuta la competitività dell’industria europea invece la vede con occhio più critico.

Le esportazioni cinesi di pannelli fotovoltaici in Africa sono aumentate del 60% nel 2025. Questo perché sempre più paesi africani utilizzano il solare per ridurre le inefficienze del loro sistema energetico: blackout, costi dell’energia molto alti e dipendenza dall’importanza di combustibili fossili. L’Africa infatti importa dalla Cina non solo il fotovoltaico, ma tutte le tecnologie che permettono di fare a meno del fossile, comprese le auto elettriche (si veda il boom di veicoli elettrici cinesi in Etiopia).

Dietro questi numeri c’è una strategia molto coerente: la Cina è in una situazione di sovracapacità produttiva e quindi è spinta a piazzare sui mercati esteri i suoi prodotti a prezzi molto competitivi.

Inoltre Pechino è il principale acquirente di materie prime critiche africane, che poi raffina in Cina e lo fa spesso attraverso contratti di lungo periodo e pacchetti “chiavi in mano” che includono infrastrutture e finanziamenti.

UE e Stati Uniti si stanno muovendo, ma in ritardo e con un approccio diverso. L’Unione europea, con il programma Global Gateway, ha avviato partenariati sulle materie prime critiche con Paesi come Repubblica Democratica del Congo, Zambia e Angola, puntando su infrastrutture come il corridoio di Lobito e su catene del valore più sostenibili. Gli Stati Uniti, attraverso la Partnership for Global Infrastructure and Investment, cercano un percorso simile: investimenti in infrastrutture, energia pulita e miniere, spesso in coordinamento con l’UE.

La differenza principale è che Europa e USA insistono molto su “partnership eque”, valore aggiunto locale, sostenibilità e governance, mentre la Cina resta più rapida nell’esecuzione, ma con standard di trasparenza e condizionalità spesso meno stringenti.

Questo articolo è tratto dall’intervista fatta durante la puntata del 18 febbraio a Il Giusto Clima – Radio Popolare, minuto 37