Eventi climatici estremi: un bilancio del 2025
;Intervista a Davide Faranda, climatologo del CNRS: un bilancio su alluvioni, incendi, ondate di calore e uragani nel 2025

Il nuovo anno è iniziato con un bel freddo invernale in Europa, mentre il 2025 si è chiuso con una serie di innumerevoli eventi climatici estremi: incendi fuori stagione, uragani di inedita intensità, alluvioni… Per fare un bilancio abbiamo intervistato a Il Giusto Clima Davide Faranda, climatologo, dottore di ricerca in fisica climatica all’Istituto Pierre-Simon Laplace del Centro Nazionale Francese per la Ricerca Scientifica (CNRS).
Abbiamo visto le immagini delle grandi nevicate in Francia e non solo. E anche qui da noi le temperature sono scese parecchio. Siamo davvero nel mezzo di un’ondata di freddo o siamo semplicemente disabituati al vero inverno? Come si spiegano queste nevicate nel contesto della crisi climatica?
Sì, possiamo parlare di un’ondata di freddo, ma niente di paragonabile ad esempio a quelle italiane del 1956 e del 1985. Oppure pensiamo alle fotografie in bianco e nero della Senna ghiacciata: io non l’ho mai vista così e penso che non la vedrò mai, proprio a causa del cambiamento climatico.
Per rispondere ai meme dei climatoscettici che insinuano che non ci sia nessun riscaldamento globale viste le attuali temperature, nel nostro gruppo di ricerca abbiamo analizzato i dati dell’ondata di freddo in corso e stimato che è circa 3 gradi più calda rispetto a quella che si sarebbe verificata in un clima senza emissioni di gas serra. Questo significa che stiamo evitando un freddo più intenso, ma subendo una maggiore umidità. Un’atmosfera più calda può contenere infatti più umidità, circa il 7% in più per ogni grado: con temperature vicine allo zero questa umidità provoca neve e ghiaccio. Quindi paradossalmente queste nevicate più abbondanti si spiegano proprio perché c’è meno freddo e più umidità a causa del riscaldamento globale.
Veniamo al bilancio del 2025: com’è andato l’anno dal punto di vista degli eventi estremi?
È andato male, come gli ultimi anni, coerentemente con il costante aumento delle temperature medie globali che nel 2024 e nel 2025 purtroppo ha superato il limite di 1,5 gradi rispetto all’epoca preindustriale. Non è quindi una sorpresa che ci siano molti eventi estremi e che siano anche molto intensi.
Tra quelli più violenti possiamo ricordare l’Uragano Melissa di fine ottobre 2025, che ha devastato la Giamaica e altre isole dei Caraibi, che è stato il più intenso mai registrato nel bacino atlantico e che noi del CNRS con le analisi abbiamo attribuito al cambiamento climatico.
Pensiamo poi agli incendi, ad esempio quelli in California, tra i più intensi mai registrati nella storia dello stato, che si sono verificati a gennaio 2025 in pieno inverno e hanno provocato oltre 60 miliardi di dollari di danni. Ma anche quelli in Spagna e Portogallo in agosto, i peggiori degli ultimi 30 anni, che hanno bruciato oltre l’1% della Penisola Iberica.
Una serie di tempeste hanno colpito l’Europa, gli Stati Uniti, il Giappone e il Sud America. E non possiamo non menzionare gli ultimi uragani tropicali di novembre nel Sud-Est asiatico in cui si è verificato un “cluster di cicloni”, che hanno colpito superfici di territorio di grandezza comparabile all’intera Italia. Immaginate l’Italia completamente sott’acqua, con delle inondazioni ovunque che rendono impossibile far arrivare i soccorsi anche perché finito un ciclone ne arriva subito un altro. Queste hanno colpito Tailandia, Sri Lanka, Malaysia e Indonesia provocando oltre 1.400 decessi.
Siccità, alluvioni, incendi e uragani aumentano tutti allo stesso modo?
In realtà non aumenta il numero totale degli eventi, ma la loro intensità. Gli uragani sono più potenti, le precipitazioni più forti, il vento più violento e così via. Ci sembra che il numero degli eventi estremi sia maggiore perché sempre più fenomeni meteorologici si estremizzano e diventano più intensi. Anche piccoli aumenti di temperatura possono causare danni enormi: per esempio, uno o due gradi in più favoriscono una propagazione molto più rapida degli incendi.
Voi del CNRS, grazie al tool ClimaMeter, avete analizzato gli eventi estremi avvenuti lo scorso anno per capire quanto siano dovuti alla variabilità naturale e quanto invece all’aumento delle temperature. Come funziona questo strumento e che cosa avete rilevato?
ClimaMeter è uno strumento che si basa sulla comparazione delle carte meteorologiche, quelle che vediamo tutti i giorni al meteo.
Compariamo le carte meteorologiche degli eventi attuali con quelle del passato, del periodo 1950-1985, in cui ancora il cambiamento climatico non era attivo. Così possiamo capire se, ad esempio, i cicloni tropicali di allora avevano la stessa intensità di quelli attuali e come sono cambiati il vento, la temperatura e le precipitazioni.
Studiamo inoltre se gli eventi estremi sono associati a delle fasi naturali del clima, come ad esempio El Niño e La Niña, che sono oscillazioni naturali periodiche che rendono le temperature dell’Oceano Pacifico più calde o più fredde.
Il risultato della nostra analisi sul 2025 è che dei 23 eventi studiati, 18 sono stati resi più intensi dal cambiamento climatico di origine antropica.
Nel 2025 sei stato nominato lead author del capitolo 3 del gruppo di lavoro 1 del rapporto di valutazione dell’IPCC, un lavoro molto importante. Ci spieghi meglio?
I report di valutazione dell’IPCC (il prossimo è il settimo, l’AR7) sono scritti da scienziati di tutto il mondo e servono al mondo politico nelle famose COP per decidere delle azioni per limitare il riscaldamento globale.
Quello che noi dobbiamo fare è semplice in teoria: dobbiamo analizzare tutta la letteratura scientifica che già esiste su un certo argomento. Nel mio caso mi sto occupando di eventi estremi, in particolare temporali, tempeste e cicloni mediterranei. Sto facendo un “assessment”, analizzando quindi gli studi che esistono in materia, con l’obiettivo di capire se c’è abbastanza evidenza scientifica per affermare che le emissioni di gas serra stiano aumentando il rischio di questi fenomeni estremi.
A questo capitolo stiamo lavorando in 20 scienziati da tutto il mondo e questo è molto stimolante anche per il confronto con approcci e culture diverse. Il lavoro dovrebbe concludersi nel 2028 con la pubblicazione dell’AR7, ma essendo l’IPCC un organo delle Nazioni Unite l’agenda è definita dai paesi, alcuni dei quali stanno bloccando l’agenda climatica: il lavoro dell’IPCC quindi dipende molto dalla politica, in questo momento molto incerta.


