Crisi climatica: i nuovi dati Copernicus sul 2025
;Il 2025 è il terzo anno più caldo di sempre, subito dopo 2024 e 2023. Gli ultimi 11 anni i più caldi della storia. Intervista al direttore di Copernicus Climate Change Service Carlo Buontempo

All’inizio di ogni nuovo anno, il Copernicus Climate Change Service, il programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea, pubblica il suo bilancio climatico globale. I dati relativi al 2025 confermano un quadro preoccupante: l’anno appena concluso si è classificato come il terzo più caldo mai registrato, subito dopo i record assoluti del 2024 e del 2023. Gli ultimi 11 anni sono stati gli 11 anni più caldi della storia. Le temperature globali degli ultimi tre anni (2023-2025) sono state in media superiori di oltre 1,5 °C rispetto al livello preindustriale (1850-1900): è la prima volta che un periodo di tre anni supera il limite di 1,5 °C.
Ne abbiamo parlato a Il Giusto Clima con Carlo Buontempo, direttore del Copernicus Climate Change Service, per comprendere il significato di questi numeri e le implicazioni per il futuro.
Professor Buontempo, il 2025 è stato il terzo anno più caldo di sempre, dopo i record del 2024 e 2023. Dovremmo rallegrarci per non aver battuto un nuovo record?
No, non è una conseguenza delle nostre scelte politiche, è semplicemente una fluttuazione leggermente negativa rispetto a un trend chiarissimo verso l’aumento. Ciò risulta evidente anche dal fatto che questi ultimi tre anni sono stati i primi tre sopra il grado e mezzo rispetto al periodo preindustriale e gli ultimi undici anni sono stati gli undici anni più caldi della nostra storia.
Una cosa fondamentale da evidenziare è che il 2024, l’anno più caldo mai registrato, è stato caratterizzato da un Niño moderato o forte (Il Niño e La Nina sono fenomeni climatici ricorrenti che provocano rispettivamente un riscaldamento e un raffreddamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico, in grado di influenzare temperature e clima a livello globale, ndr).
Il 2025, invece, non ha avuto un Niño: è stato un anno neutro o parzialmente freddo, caratterizzato da La Niña nel Pacifico, e ciò nonostante si è convertito in uno dei tre anni più caldi. In questo caso non possiamo puntare il dito al Pacifico come fattore contribuente, ma possiamo invece guardare a quello che è successo nei poli, in particolare in Antartide, che ha visto in modo molto deciso l’anno più caldo della sua storia.
A proposito di Niño e Niña, qual è la situazione attuale e cosa possiamo aspettarci per il futuro?
Una delle sfide è che tali fenomeni non sono esattamente periodici. Si alternano più o meno ogni due o tre anni ma non ci sono fasi precise, per cui non possiamo essere sicuri che dopo un Niño segua una Niña e viceversa con tempi prestabiliti. Questo rende la previsione più complessa.
Una delle possibilità concrete è che nel 2026 avremo un Niño. Non è certo, però è possibile. Se così fosse, la temperatura globale potrebbe vedere una nuova impennata. Non potremo dirlo con certezza fino ad aver superato la barriera di predicibilità primaverile, per cui fino ad aprile o maggio non lo sapremo.
Il 2025 è stato segnato da numerosi eventi estremi. In Europa Copernicus ha dedicato particolare attenzione agli incendi, come mai?
Sì, è stato un tema a cui abbiamo prestato particolare attenzione. Sia il servizio dei cambiamenti climatici di Copernicus sia il servizio di qualità dell’aria, che monitora le emissioni di questi incendi, hanno seguito la situazione. Specialmente nel sud dell’Europa, tra la Francia e la penisola iberica, all’inizio di agosto abbiamo avuto incendi terribili che hanno trasformato l’estate 2025 in quella più significativa degli ultimi anni e, con ogni probabilità, caratterizzata dagli incendi più intensi in quanto a emissioni della nostra storia. Ogni evento estremo ha le sue origini, ma questi incendi mi sono parsi come un caso emblematico del clima nuovo in cui viviamo, prossimo al grado e mezzo. Un clima caratterizzato da transizioni straordinarie da situazioni quasi normali a eventi veramente estremi.
Le recenti decisioni politiche dell’amministrazione USA, come l’uscita da UNFCCC e IPCC e i possibili tagli ai programmi di raccolta dati, hanno un impatto sul vostro lavoro?
Ovviamente il nostro scopo è mantenere il servizio attivo e funzionale in modo indipendente dalle scelte politiche di altri paesi. Facciamo del nostro meglio per assicurarci che il nostro lavoro possa continuare. Ciò detto, è evidente che il cambiamento climatico sia una problematica globale e necessita di informazioni da tutto il mondo. Ogni scelta che porti a una riduzione delle osservazioni disponibili è problematica, in qualsiasi parte del mondo. Le indicazioni che abbiamo, basate su un’intervista con il direttore dell’Amministrazione Nazionale americana degli Oceani e del Clima (NOAA), sembrano indicare che al momento non c’è stata una cancellazione o una perdita di dati. Quello che è chiaro è che se smettiamo di osservare, questo costituirà una perdita netta per il futuro: ciò che non osserviamo oggi non è più recuperabile.


