Come vanno le CER: il report della Corte dei Conti europea
;La Corte dei Conti UE loda il dinamismo italiano sulle CER, ma avverte: senza riforme su burocrazia e rete, il potenziale di democrazia energetica rischia di non essere colto appieno.

Il 9 marzo la Corte dei Conti europea (CdC UE) ha pubblicato una relazione che fa il punto sullo sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) nel continente, confermando un quadro a tinte chiaroscure.
Pubblicato il giorno prima della presentazione del nuovo Citizens Energy Package, proprio per indirizzarlo e fornire utili indicazioni, il documento descrive un’Unione Europea in forte ritardo rispetto all’obiettivo, stabilito nella Strategia europea per l’energia solare, di una CER per ogni comune con più di 10.000 abitanti (raggiunto solo al 27% a gennaio 2025), seppur evidenziando alcuni modelli virtuosi e promettenti.
Tra i quattro Paesi analizzati nel dettaglio (Paesi Bassi, Polonia, Romania e Italia), il nostro si distingue come uno degli ecosistemi più dinamici, un laboratorio di democrazia energetica che, nonostante le difficoltà, mostra una crescita notevole. La relazione, intitolata “Comunità energetiche: un potenziale ancora da sfruttare“, è un richiamo per tutti gli Stati membri, ma per l’Italia suona come un incoraggiamento a completare il lavoro iniziato.
“ènostra è stata coinvolta dalla Corte dei Conti europea nell’ambito del focus dedicato all’Italia e ha messo a disposizione degli auditor il patrimonio di informazioni e osservazioni maturato in cinque anni di attività sul campo a supporto della nascita e dell’avvio delle Comunità Energetiche Rinnovabili”, riferisce Sara Gollessi, fa parte del board di REScoop.eu e in ènostra si occupa di CER e progetti europei. “Questa esperienza ci consente di osservare il settore da una prospettiva particolare: da un lato come soggetto che accompagna tecnicamente i percorsi di costituzione e sviluppo delle CER, dall’altro come realtà che opera essa stessa all’interno di questo ecosistema”.
L’Italia, un ecosistema vivace ma imperfetto
La Corte dei Conti europea riconosce al nostro Paese diversi meriti. L’Italia è l’unico Stato, tra i quattro analizzati nel dettaglio, ad aver recepito integralmente le direttive europee RED II (Renewable Energy Directive) e IMED (Internal Market for Electricity Directive), creando una cornice normativa completa per l’autoconsumo collettivo e le comunità energetiche. Questa maturità regolatoria, unita agli incentivi del PNRR, ha innescato un’accelerazione significativa. Tra gennaio e giugno 2025, le CER italiane sono cresciute del 75%, passando da 241 a 421 configurazioni attive.
Un altro punto di forza, che ci sta particolarmente a cuore, è l’elevato livello di partecipazione di cittadine e cittadini. A differenza di altri Paesi – come ad esempio la Polonia, dove le comunità sono dominate da soggetti istituzionali – in Italia circa due terzi delle CER includono membri privati e il 50% prevede forme di sostegno alle famiglie vulnerabili. Un segnale che il modello di energia pulita, condivisa e democratica sta mettendo radici nel tessuto sociale del Paese.
I nodi irrisolti: connessioni e stoccaggio
Il quadro positivo tracciato dalla Corte non nasconde, però, almeno due criticità strutturali che rischiano di frenare la crescita del modello. Il primo è un problema che conosciamo bene: i tempi di allaccio alla rete. Con una media che varia dai 105 giorni (secondo i dati dei distributori) ai 150 giorni (secondo le comunità intervistate), la connessione degli impianti resta un collo di bottiglia che rallenta soprattutto i progetti più complessi, come quelli pubblici o multi-sito.
Il secondo grande assente è lo stoccaggio. La Corte sottolinea la necessità che, nell’ambito dell’implementazione del Citizens Energy Package, gli Stati Membri incentivino le comunità energetiche a sviluppare sistemi di stoccaggio, anche nell’ottica di contribuire alla gestione delle congestioni sulla rete elettrica.
Complessità e monitoraggio: serve uno sforzo in più
Accanto ai problemi tecnici, emergono ostacoli di natura operativa e amministrativa. La relazione evidenzia come la complessità delle regole costringa gran parte delle CER a ricorrere a consulenti esterni, creando un rischio di disuguaglianze territoriali tra le aree più strutturate e quelle con meno competenze.
Inoltre, il sistema di monitoraggio è ancora insufficiente. In Italia non esiste ancora un osservatorio nazionale sulle CER pienamente operativo e mancano indicatori armonizzati a livello europeo per misurare e confrontare le performance. In un settore che deve dimostrare con i dati il proprio impatto economico e sociale, questa carenza rappresenta un freno per investitori e policy maker.
Le raccomandazioni: la strada da seguire entro il 2026
La Corte dei Conti UE propone poi una serie di raccomandazioni con scadenze precise, quasi tutte fissate tra il 2026 e il 2027. Chiede alla Commissione e agli Stati membri di definire obiettivi SMART (specifici, misurabili, raggiungibili, pertinenti e temporalmente definiti) da includere nei piani nazionali per l’energia e il clima (PNIEC), di migliorare il monitoraggio e di promuovere attivamente il ruolo dei cittadini e delle famiglie vulnerabili. Per l’Italia, l’invito è chiaro: bisogna produrre una valutazione completa degli ostacoli e del potenziale di sviluppo, e favorire l’integrazione dello stoccaggio e dei servizi di flessibilità.
La strada per liberare tutto il potenziale delle comunità energetiche è tracciata. Ora serve la volontà politica per percorrerla, trasformando un modello promettente in una realtà diffusa su tutto il territorio nazionale. Un obiettivo per cui ènostra lavora ogni giorno, fornendo consulenza e strumenti per far nascere e crescere le CER come motori di una transizione energetica giusta e partecipata.


