Disarmo climatico: perché non c’è pace senza transizione
;L’industria bellica e quella fossile si basano sullo stesso modello di sfruttamento. Francesco Vignarca ci spiega perché disarmare conviene all’ambiente, alla sicurezza e all’economia globale.

Esiste un legame profondo tra guerra e fonti fossili, due facce di un sistema basato sullo sfruttamento che arricchisce pochi a discapito della collettività.
La narrazione dominante oggi vede il riarmo come unica risposta razionale per la sicurezza e le fonti fossili come garanzia di approvvigionamento. Tutto ciò mentre la crisi climatica miete vittime ma i fondi per l’ambiente scarseggiano mentre le spese militari aumentano.
Ne abbiamo parlato a Il Giusto Clima (min 24) con Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo, che ha appena pubblicato il libro “Disarmo Climatico“ (Edizioni Ambiente).
Francesco, perché industria bellica e industria fossile sono intimamente legate?
In entrambi i casi partiamo da uno sfruttamento. La guerra sfrutta popoli attraverso la violenza diretta o sistemica, mentre l’industria fossile sfrutta le risorse del pianeta per il profitto di pochi.
Il secondo parallelismo è lo slittamento semantico che operano: entrambe ad esempio manipolano il concetto di sicurezza. Declinarla come sicurezza armata porta a conflittualità, così come intendere la sicurezza energetica come approvvigionamento fossile è assurdo perché in realtà mina i diritti umani e l’ambiente.
Sono concezioni “fossili”, antiche. Oggi dovremmo adottare un approccio di sicurezza rinnovabile e condivisa. Invece, vediamo che le missioni militari vanno a proteggere proprio gli interessi fossili, ed è scritto nero su bianco.
Il paradosso è che abbiamo un problema reale di sicurezza dato dalla crisi climatica: 35 mila morti in eccesso per caldo in Europa nel 2026; 40 mila morti ogni anno per inquinamento atmosferico in Italia. Eppure in UE a crescere è solo la spesa militare…
Sì, si cerca di far passare un concetto di sicurezza slegato dalla realtà, nascondendo la vera insicurezza.
Un conflitto armato, per essere considerato tale dalle statistiche, deve fare mille morti l’anno. Quindi capite bene che i morti per inquinamento o caldo sono numeri da guerra.
Se si riconoscesse il problema della sicurezza climatica, bisognerebbe usare gli strumenti per risolverlo. E gli strumenti ci sarebbero, ma ciò metterebbe in discussione il sistema di prevaricazione, sfruttamento e profitto per pochi.
Non è questione di dare una verniciata di verde alle azioni di pace di fare retorica pacifista quando si parla di ecologia. Il punto è che guerra e crisi climatica sono intimamente collegate e solo risolvendo una cosa si risolve anche l’altra.
Quindi o ragioniamo insieme una nuova forma di ecopacifismo come già prefigurato da Alex Langer oppure non risolveremo nessuno dei due problemi.
A Baku si è detto che servivano 300 miliardi entro il 2035 per mitigare gli impatti climatici: sono circa il 10% della spesa militare di un solo anno.
Senza contare che aumentare la spesa militare significa aumentare le attività degli eserciti, che emettono milioni di tonnellate di CO₂.
Nel libro dici che disarmare non è soltanto più giusto e più sicuro per le persone e per il clima ma che conviene anche all’economia. Come mai?
Ricerche internazionali dimostrano che i miliardi investiti nelle armi sono quelli economicamente meno convenienti: portano meno posti di lavoro e meno ritorno economico.
Da un lato è ovvio: la guerra distrugge. A Gaza, solo per rimuovere le macerie di un genocidio e di un ecocidio ci vorranno sette anni; per l’Ucraina si stimano 45 anni per il ripristino ambientale. Il 15% del PIL mondiale è bloccato dalla violenza e dalla distruzione delle guerre.
Queste scelte sono remunerative solo per pochissimi. Se guardiamo alla collettività, a parità di spesa, settori come sanità, scuola e clima creano da due a quattro volte più posti di lavoro rispetto alle armi. Il moltiplicatore della spesa militare è inferiore a uno, mentre gli interventi in energie rinnovabili hanno un moltiplicatore molto maggiore. Lo confermano persino il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
Cosa intendi quando parli di una “deriva attuale della militarizzazione delle risposte al cambiamento climatico”?
Di solito si pensa solo al fatto che le guerre, inquinando, creano problemi al clima. Ma c’è anche un meccanismo inverso: di fronte agli impatti climatici, come i migranti o gli sfollati, non si risponde modificando il sistema che inquina, ma militarizzando i confini per tenere fuori chi subisce queste conseguenze.
Questa chiusura non funziona. Così come una guerra nucleare non avrebbe confini, anche la crisi climatica non si può fermare alzando muri. Inoltre, gli eserciti di tutto il mondo sono tra i peggiori inquinatori: emettono il 5,5% dei gas climalteranti. Se fossero una nazione, sarebbero il quarto Paese al mondo per inquinamento. Rispondere militarmente alle conseguenze del clima quindi alimenta anche un circolo vizioso. Per questo è urgente lavorare per un ecopacifismo realistico e un disarmo climatico.


