L’impatto ambientale e sociale dei data center
;La pressione dei datacenter sui territori cresce sempre di più, complice il ruolo crescente dell’IA. Intervista a Lorenzo Buzzoni, coautore di un’inchiesta pubblicata da Investigate Europe

Sono le cattedrali dell’era digitale, enormi e assetate di risorse. I data center spuntano come funghi in tutto il mondo, Italia inclusa, portando con sé la promessa di innovazione ma anche l’ombra di un impatto ambientale e sociale sempre più pesante. Consumi energetici, idrici e di suolo fuori controllo, a fronte di scarsi benefici per le popolazioni locali, che sempre più spesso si oppongono alla loro costruzione. Un’inchiesta condotta da Investigate Europe ha fatto luce sulle pressioni delle grandi aziende del digitale per limitare la trasparenza sui loro consumi. Ne abbiamo parlato a Il Giusto Clima (qui a minuto 21) con Lorenzo Buzzoni, giornalista, documentarista e co-autore dell’inchiesta pubblicata in Italia da Altreconomia.
Cosa sono e perché si costruiscono i data center?
Sono grandi infrastrutture che ospitano server informatici e sistemi di archiviazione. In pratica, sono i luoghi fisici dove vengono conservati ed elaborati i dati e i servizi digitali che usiamo ogni giorno: cloud, streaming, social network, e-commerce. Il loro numero aumenta perché cresce in modo esponenziale la quantità di dati che produciamo e consumiamo. Ogni video visto online, ogni foto caricata sui social, ogni ricerca fatta con un’intelligenza artificiale passa attraverso i data center. L’IA, in particolare, sta accelerando enormemente questa corsa, perché richiede una capacità di calcolo molto elevata e quindi necessita di data center sempre più performanti.
L’inchiesta ha svelato le pressioni di Big Tech per nascondere i dati sui consumi in Europa. Cosa avete scoperto?
La Commissione Europea aveva previsto un sistema per raccogliere dati su consumi energetici, acqua ed efficienza dei singoli impianti. Durante la definizione della normativa, le lobby di Big Tech hanno però esercitato pressioni per limitare l’accesso pubblico a queste informazioni, chiedendo che i dati dei singoli data center venissero classificati come “commercialmente sensibili”. Abbiamo ricostruito come questa richiesta sia stata aggiunta parola per parola nel testo finale. Il risultato è che oggi la Commissione raccoglie i dati, ma le informazioni sui singoli impianti non sono pubbliche. Diversi esperti legali ci hanno confermato che la clausola potrebbe essere in conflitto con le norme europee sulla trasparenza ambientale. In pratica, abbiamo strutture con un impatto crescente sulla comunità, ma con una trasparenza molto limitata.
Quali sono gli impatti negativi più concreti di queste strutture sui territori?
Prima di tutto l’energia: consumano enormi quantità di elettricità per alimentare e raffreddare i sistemi attivi h24, con consumi in forte crescita a causa dell’IA. Poi c’è l’acqua, usata in grandi quantità per il raffreddamento, creando tensioni in territori già colpiti dalla siccità. Un altro impatto è il consumo di suolo, dato che occupano superfici enormi. Ci sono anche impatti meno noti: dispongono di generatori diesel di backup che, anche se usati solo in emergenza, vengono accesi regolarmente per test e manutenzione, emettendo gas serra. Infine, la costruzione stessa richiede grandi quantità di materie prime critiche come litio e cobalto, e la frequente sostituzione dell’hardware genera enormi quantità di rifiuti elettronici.
Cosa ne pensa della nuova legge lombarda sui data center approvata il 26 maggio?
La legge regionale della Lombardia è il primo tentativo in Italia di regolamentare il fenomeno in modo organico. Il punto chiave è che i data center non sono più semplici capannoni, ma richiedono regole e valutazioni specifiche. È un passo positivo. Trovo interessante l’idea di incentivarne la costruzione su aree industriali dismesse, scoraggiando progetti su terreni agricoli con oneri maggiori. La Regione affronta un delicato equilibrio tra la forte pressione per attrarre investimenti miliardari e le comunità locali preoccupate per i costi ambientali. La vera sfida sarà equilibrare sviluppo e sostenibilità.
Negli Stati Uniti si parla di “colonialismo energetico”. L’Europa sta andando nella stessa direzione?
In parte si vedono già dinamiche simili, sebbene con intensità diversa. Negli USA l’opposizione è cresciuta molto perché le comunità locali percepiscono queste infrastrutture come grandi consumatori di risorse a fronte di benefici limitati. Da qui nasce l’espressione “colonialismo energetico”: l’idea che enormi quantità di energia, acqua e suolo vengano assorbite da infrastrutture private per alimentare servizi digitali globali, con profitti per Big Tech e impatti sulle comunità locali. In Europa emergono segnali simili: in Irlanda i data center hanno consumato più elettricità di tutte le abitazioni urbane del paese; in Spagna crescono le proteste per l’uso dell’acqua in regioni aride. La traiettoria sembra la medesima.
Il testo è un estratto dell’intervista a Lorenzo Buzzoni condotta a Il Giusto Clima, ascoltabile qui a minuto 21.


