Più spot del fossile che articoli sul clima nei media italiani
;Nel 2025 per la prima volta le inserzioni pubblicitarie di aziende petrolifere e automobilistiche sui quotidiani in esame hanno superato in numero gli articoli dedicati alla crisi climatica.

Greenpeace Italia e Osservatorio di Pavia hanno rilasciato un aggiornamento del loro rapporto annuale sulla copertura della crisi climatica nei media italiani. E i risultati sono preoccupanti. Nel 2025 per la prima volta le inserzioni pubblicitarie di aziende petrolifere e automobilistiche sui quotidiani in esame hanno superato in numero gli articoli dedicati alla crisi climatica. I giornali pubblicano in media un articolo relativo al riscaldamento globale ogni due giorni, i tg ne parlano ogni cinque. “Numeri che devono farci riflettere” dice ai microfoni di ènostra e Radio Popolare Giancarlo Sturloni, portavoce di Greenpeace Italia.
L’analisi ha riguardato cinque quotidiani nazionali (Avvenire, Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, La Stampa) e sette telegiornali in prime-time sulle reti Rai, Mediaset e La7. Per Il Giusto Clima, Lorenzo Tecleme ha intervistato Giancarlo Sturloni.
Giancarlo, cosa avete scoperto nel nuovo rapporto?
Questo report dimostra che l’attenzione dei media italiani mainstream è drasticamente calata. Non solo nell’ultimo anno: noi facciamo monitoraggio dal 2022, e nei tg l’attenzione si è dimezzata negli ultimi quattro anni. E mentre lo spazio per il clima cala, nei quotidiani presi in analisi sono aumentate le pubblicità delle aziende inquinanti. Due fenomeni che presi assieme sono particolarmente preoccupanti. Di clima si parla sempre meno, e quando se ne parla non si parla dei responsabili: le imprese del fossile, ma anche quelle dell’automotive, delle crociere, degli aerei.
E quando se ne parla, come se ne parla?
È un delitto senza colpevoli, questo è il dato principale: c’è un’omissione delle responsabilità. Se ne parla quando ci sono eventi estremi, ma in termini strettamente economici – mai sociali – e dal punto di vista delle politiche della transizione energetica. Lo si vede dalle voci: chi parla di crisi climatica? Soprattutto esponenti del mondo finanziario, economico e politico, mentre altri attori – come gli scienziati, gli esperti – sono marginali. La cornice è quindi solo economica, legata alle politiche energetiche. Da qui il secondo dato: oltre a dare voci a chi fa greenwashing, si dà spazio a chi mette in discussione la transizione con argomenti del tipo “costa troppo” o “porterà problemi”. Circa un quarto tra gli articoli e i servizi esaminati parlano sì di clima, ma per ostacolare la transizione.
Questa tendenza è sempre uguale o ci sono differenze tra i media?
Ci sono differenze. Avvenire è il giornale più virtuoso, da meno spazio alle pubblicità fossili e parla più di clima e delle sue cause. Noi facciamo una classifica, e Avvenire è l’unica che si avvicina ad un voto di 6 su 10. Gli altri molto male: Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa, Sole 24 Ore sono tutti tra il 2 e il 3. Se fossimo a scuola, tutte bocciature sonore. Nei tg anche qui oscillazioni – abbiamo notato un disimpegno della Rai da quando c’è il governo Meloni. Ma il fanalino di coda è il tg La7 di Mentana, che da sempre si disinteressa di clima e di fronte agli eventi estremi parla, al massimo, di maltempo. Nei tg rispetto ai quotidiani c’è più centralità della politica in senso stretto, e questo porta a far parlare politici che, a loro volta, difficilmente si centrano sul clima.
Ti dico un dato: in un anno intero – su tutti i principali tg Mediaset, Rai e La7 – non si cita mai, nemmeno una volta, un responsabile della crisi climatica. Questo dà un’idea della pressione degli inserzionisti.
Hai detto che negli anni passati la situazione era leggermente migliore: come mai?
Difficile a dirsi con totale certezza. Sicuramente in un momento in cui giornali e notiziari sono dominati, purtroppo, dalle guerre, è ancora più difficile trovare spazio per altro. La diminuzione in ogni caso è chiara: in quattro anni, siamo a -25% nei quotidiani e -50% nei tg. Va detto che le guerre di cui giustamente si parla molto sono anche guerre per il fossile, e hanno anche un impatto ambientale. Stiamo lavorando, sempre con l’Osservatorio di Pavia, ad un nuovo studio sulla copertura della crisi energetica. E vedere un’ennesima crisi internazionale legata al controllo delle risorse fossili dovrebbe farci riflettere. Continuiamo a cercare nuovi accessi a petrolio, gas e carbone controllati da dittatori e costretti a passare da posti instabili. La Spagna, senza andare lontano, ha puntato sulle rinnovabili, e ora ha bollette più basse delle nostre.
Testo tratto dall’intervista andata in onda durante la puntata de Il Giusto Clima del 25 marzo (min 42)


