Le Note del Prof: che petrolio è quello venezuelano
;Le riserve più grandi al mondo ma un petrolio troppo denso e costoso. Secondo l’editoriale di Gianluca Ruggieri dietro l’attacco al Venezuela c’è la visione vecchia e anacronistica di Trump sull’energia

Sabato 3 gennaio mattina i notiziari davano la notizia del blitz dell’esercito statunitense in Venezuela e dell’arresto del presidente Maduro. Il riflesso quasi condizionato di molti è stato quello di pensare al fatto che il Venezuela è il paese dotato delle maggiori riserve di petrolio al mondo.
L’impressione è stata poi rafforzata dalle prime dichiarazioni di Trump, che ha ribadito che uno degli obiettivi del blitz era proprio appropriarsi del petrolio venezuelano oltre che ovviamente contribuire a governare il paese (“run the country” nelle sue parole).
Senza voler entrare in complesse questioni geopolitiche e militari, rimaniamo sul tema del controllo delle risorse fossili ricordando che la maggior parte del petrolio venezuelano ha una caratteristica distintiva: è molto denso, molto pesante e ad alto contenuto di zolfo, contrariamente alla maggioranza del petrolio USA estratto con le tecniche del fracking che invece è molto leggero e molto più liquido.
C’è petrolio e petrolio
Il petrolio è sempre una miscela di tante molecole diverse, tutte basate su una catena di atomi di carbonio a cui sono legati normalmente atomi di idrogeno e talvolta altri gruppi chimici in misura minore. Più lunga è la catena di questa molecola e più il materiale che va a costituire diventa pesante. Si parte da una componente del petrolio molto leggera, per esempio i solventi, passando per la benzina, il kerosene, il gasolio e gli oli pesanti per poi arrivare al bitume.
A seconda delle molecole presenti nel singolo giacimento, la miscela nel suo complesso ha caratteristiche diverse. Da sempre i petroli più leggeri hanno un valore di mercato più elevato rispetto ai petroli pesanti. Questo perché sono più facili da trasportare ma anche per via dei processi a cui devono essere sottoposti soprattutto i petroli pesanti per poter essere raffinati e ottenere infine i prodotti finali che abbiamo elencato poco fa.
Il petrolio venezuelano è pesante e costoso
Quindi il petrolio venezuelano ha caratteristiche che lo rendono più difficile da utilizzare e che ne richiederebbero la purificazione dallo zolfo, un altro processo costoso. Anche per questo motivo negli anni di massima produzione non si è mai arrivati a superare i 3-4 milioni di barili di petrolio al giorno e negli ultimi anni si era arrivati a quote inferiori al milione di barili di petrolio. Considerate che il mercato globale totalizza poco più di 100 milioni di barili di petrolio al giorno, quindi una quota che negli anni d’oro era del 3% poi è arrivata a meno dell’1% a fronte di riserve che sono superiori al 20%.
Sicuramente negli ultimi anni hanno pesato molto le sanzioni a cui è stato sottoposto il paese e il progressivo degrado delle infrastrutture presenti, ma altrettanto hanno pesato proprio le caratteristiche di questo petrolio. Fino a domenica la maggior parte era esportata in Cina, ma costituisce una minima parte del totale delle importazioni cinesi di petrolio. Anche se venisse meno questa fonte per la Cina non cambierebbe poi molto.
L’oil&gas USA non sta festeggiando
Non stupisce quindi come nessuna delle grandi aziende petrolifere degli Stati Uniti abbia esultato per questo risultato perché sfruttare nuovamente in maniera significativa il petrolio venezuelano richiederebbe investimenti di diverse decine di miliardi di dollari e tempi molto lunghi.
Considerate anche che già in questi mesi il petrolio ha prezzi sul mercato molto bassi: siamo attorno ai 60 dollari al barile sui mercati internazionali, un prezzo che rischia di mettere fuori gioco la produzione statunitense. Infatti negli USA non si sta più investendo in nuovi pozzi nel Bacino Permiano (importante giacimento di idrocarburi nella parte occidentale del Texas e in Nuovo Messico) perché ha dei costi per barile di petrolio superiore ai 60 dollari, quindi al momento non conviene. Se in più dovessimo avere una quota significativa di produzione dal Venezuela quei prezzi tenderebbero addirittura a diminuire.
Perché i prezzi sono bassi? Perché la domanda sta crescendo ma non quanto la produzione. Questo anche perché, per esempio, si stanno affermando le auto elettriche.
Il risultato di tutto questo è che, come è spesso successo in questi mesi, l’amministrazione Trump prende provvedimenti o fa dichiarazioni che vengono letti a favore dell’oil&gas, ma nel concreto le aziende fossili non ne hanno un vero beneficio. Lo dimostra anche il fatto che nell’ultimo anno l’andamento delle azioni Dow Jones U.S. Oil & Gas Index è cresciuto del 5%, rispetto al 15% di S&P 500 o al 45% di S&P Global Clean Energy, l’indice che misura le prestazioni delle 174 principali aziende globali che si occupano di energie pulite.
The oil man is an old man
Quindi le cose sono più complesse e gli avvenimenti delle ultime ore complicano ancora di più le questioni. Prima Trump ha dichiarato che il governo USA potrebbe finanziare gli interventi delle aziende petrolifere in Venezuela, poi ha detto che avrebbe venduto petrolio per 2 miliardi di dollari per supportare la popolazione e infine ha dato ordine di sequestrare due navi petroliere. Ma forse dobbiamo abituarci a un mondo in cui il controllo delle risorse petrolifere non è più così centrale come un tempo: se negli anni ’70 il petrolio contava per il 50% dei consumi energetici primari, la quota oggi si è ridotta al 30% ed è destinata a scendere ulteriormente.
Questi sono i fatti, nonostante quello che pensa Trump, che per molti versi è un uomo vecchio, del secolo scorso. E forse non ha gli strumenti per affrontare le sfide di questi anni e soprattutto dei prossimi.
“Le Note del Prof” è il titolo della rubrica settimanale energetica a cura di Gianluca Ruggieri, in onda tutti i mercoledì sera a Il Giusto Clima su Radio Popolare. Questo testo è tratto dall’editoriale della puntata del 7 gennaio 2026.


